Essere Portishead oggi ovvero la fine del Trip-hop Aprile 4, 2008
Posted by maxviel in Recensioni.trackback
Sono giorni che mi scervello per trovare qualcosa di interessante da dire sul concerto dei Portishead a cui ho assistito domenica scorsa, all’Alcatraz di Milano. Ma non è facile. Concerto molto suonato e molto professionalmente, scarsa o nulla la relazione con il pubblico, un video dignitoso e in sobrio secondo piano. Unica critica: una certa piattezza nella regia del suono.
Per chi non sapesse chi sono questi ragazzi, dirò brevemente che sono considerati, insieme ai Lamb e ai Massive Attack, i fondatori del Trip-hop, genere squisitamente inglese che risponde all’esigenza del mercato nei primi anni ‘90 di metabolizzare le sonorità dance elettroniche di derivazione dub in una fruizione pop, quindi basata sulla presenza di una voce, un testo e una struttura di canzone.(1)
Ecco quindi un uso massiccio di campionamenti (la cosiddetta sampledelia), grooves di batteria “automatizzati”, uso del giradischi da dj come strumento vero e proprio (il cosiddetto turntablism), delay infiniti sulla chitarra (derivati dal genere dub) e una ritmica prevalente hip-hop.
Tutto questo asservito a un’immaginario concentrato sull’interiorità, sull’angoscia dell’esistenza, su ricordi di un paradiso perduto, sempre velato di nero e di amara nostalgia (come nei video del concerto) nonchè condito da una ricercatezza timbrica e armonica (con mille varianti del modo minore).
In effetti se dovessi inquadrare i Portishead negli schemi introdotti nei miei post precedenti, dovrei inquadrali nella figura del “musico-intellettuale” ovvero del “musico-poeta maledetto”: schivo, molto professionale, misurato e molto molto cool. L’intellettuale cita e si collega al passato o alle varie forme del presente sempre in modo pacato, grazie al suo distacco professionale, ma allo stesso tempo dispiega una emotività latente, mai completamente liberata, un po’ come a mostrare l’altra faccia del proprio cipiglio. Un po’ come Nick Cave, per intenderci…
Va beh, la faccio breve. Essere Portishead oggi… significa rendersi conto del tempo che passa, con le sue mode e i suoi modelli, significa scoprire di non essere più Trip-hop e di essere diventati Indy Rock.
“Che ci frega dei generi? L’importante è che facciano bella musica”, direte voi. Certamente! Ma individuare schemi del tempo che cambia è un mio automatismo e ora, a ben quattordici (!) anni di distanza dal loro primo disco “Dummy”, questo concerto mi fa capire che la dance elettronica e l’hip-hop hanno perso la verve e la freschezza che nel passato hanno potuto fornire nuova linfa all’onnivora industria culturale di massa.
Oggi i campioni di batteria sono stati ben digeriti culturalmente, il gusto retrò non è più di moda, il finto rumore del vinile non ha più fascino per generazioni che a malapena sanno cos’e'… rimane, almeno per i Portishead, il ritorno alla musica “dal vivo”, la voce e la canzone, il pop, insomma, e una omnipresente, rumorosa e trasformista chitarra elettrica.
(1) A chi volesse approfondire la storia della dance elettronica e dei suoi derivati come il Trip-hop consiglio il libro di S.Reynolds, Generazione ballo/sballo, che è la mia personale bibbia sull’argomento e che uso anche in corsi in conservatorio.
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Vero è che c’è sempre un tempo di digestione dei nuovi generi musicali, un momento in cui, come nel caso del Bristol sound, le innovazioni non sono più tali, non sorprendono più.
Ma più che della digestione di alcuni aspetti a me hanno sorpreso sempre di più i ritorni, questi molto più legati alle mode che all’estetica di un determinato periodo. Poco tempo fa mi è capitato di far ascoltare Big Science a ragazzi estremamente aggiornati sulla scena indy contemporanea che sono rimasti sorpresi della sua modernità. Probabilmente ci sarà un momento di ritorno anche per la scena di Bristol, qualcuno si sorprenderà della sua modernità, ma sempre più difficile è domandarsi sulle possibilità effettive d’innovazione, e quindi di non ritorno, all’interno della popular music.
Dice il teorico del IA, Heinz von Foerster: “nuova conoscenza genera nuova ignoranza”.
Io credo che ciò valga anche per la musica… e quindi anche per la popular music. Ricordiamoci che questa è vecchia solo di circa mezzo secolo, almeno nella sua accezione “di massa”… come tutte le “popular music” diventerà qualcos’altro, ma rimarrà sempre “popular”…
Non c’e’ dunque a mio parere innovazione, ma solo trasformazioni, anche dettate, come dici tu, da ritorni di fiamma meno legati al gusto musicale che al costume.