Andrea Frova e la musica (1) - Quale musica? Luglio 29, 2008
Posted by maxviel in Il linguaggio musicale, Recensioni.Tags: Frova
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Ho comperato il libro di Andrea Frova “Armonia celeste e dodecafonia” qualche mese fa, ma non ho mai avuto il tempo di leggerlo. E’ vero però che sfogliandolo spesso mi capitavano sotto gli occhi frammenti di frasi che da un lato sembravano affrontare problemi classici o comunque importanti sul “senso della musica”, ma dall’altro intervenivano nel dibattito in un modo che non condividevo quasi mai. D’altra parte tantissime volte ho dovuto affrontare con amici o meno le questioni sulla “musicalità” della musica contemporanea, sul rapporto tra qualità e successo popolare o sulla relazione tra musica, natura e scienza. Per questo motivo ho deciso di approfittare della lettura di questo libro per sviluppare in modo “ufficiale” la mia posizione su questi argomenti, a costo di fare pubblicità gratuita a Frova.
Inauguro quindi con questo post una serie di commenti che seguiranno le mie impressioni durante la lettura. Prometto che cercherò il più possibile di estrarre dal libro delle tematiche il più possibile generali e interessanti anche per chi non stia leggendo il libro “in parallelo”. Cercherò qui di minimizzare ironie e sberleffi sia perchè non servono a niente (se non a sentirsi più furbi degli altri), sia per cercare di instaurare con il libro un dialogo costruttivo, razionale e pacato, come dovrebbe avvenire in un dibattito scientifico (e come raramente avviene).
Dico questo perché non sono certo privo di pregiudizi, in genere e sul libro di Frova. Non che ci sia niente di male nell’avere pregiudizi (da un punto di vista cognitivo è praticamente inevitabile): l’importante è rendersene conto ed essere in grado di cambiarli all’occorrenza.
Quello che non mi piace nel libro di Frova è una certa spocchia, quella del riduzionista, cioè di quella persona che crede solo a ciò che vede, senza preoccuparsi di controllare se è cieca. Il riduzionismo certo è fondamentale nella scienza, ma l’applicare le condizioni della conoscenza scientifica alle condizioni della conoscenza in generale si chiama scientismo, che come tutti gli -ismi è una irragionevole (anzi irrazionale) estensione di principi locali a contesti universali.
Inoltre non ho mai avuto simpatia per il CICAP… non so se Frova ne faccia parte, certo è che lo stile è un po’ quello, cioè una certa arroganza gesuitica di chi detiene la chiave dell’universo ed è poco disposto a instaurare un dialogo con le controparti se non dettandone le condizioni. Bene la chiudo qui sui pregiudizi e passo a leggere e commentare il libro.
Il primo impatto con il libro è piuttosto deprimente perchè quasi a ogni frase avrei qualcosa da ridire e probabilmente non riuscirò a godermi lunghi momenti di lettura senza dovermi mettere alla tastiera. Sì lo so, con questa “tecnica” mi perderò forse la visione d’insieme dell’opera… ma forse no.
Salto comunque le due prefazioni, di Roman Vlad e del fisico Giorgio Parisi, che mi leggerò più in là.
Non volevo commentare l’Introduzione, perché tratta argomenti generali poi approfonditi durante il libro, ma qualcosa attrae subito la mia attenzione. In realtà ho barato, perché sbirciando l’introduzione di Vlad, ho letto la frase con cui inizia:”la musica si trova in una situazione drammatica”. Eppure io non ho mai visto tante persone ascoltare musica come in questi ultimi anni. La gente, giovani e anche meno giovani, ascolta musica in continuazione: camminando, mangiando, sull’autobus, sonnecchiando. Sì certo, le etichette discografiche sono in crisi, ma confondere le etichette con la musica è come confondere il latte con la Parmalat. Quindi?
Frova insiste: “secondo il direttore d’orchestra Yurij Temirkhanov la musica odierna non rispetta l’uomo odierno”. Ah no? Chissà cosa vorrà dire… eppure l’uomo odierno vive circondato di musica, musica che lui stesso cerca, ma quale musica? Ecco che allora tutto si spiega, perché l’autore ci fa capire in più punti che tutto il suo discorso si riferisce alla musica “seria” (il virgolettato è suo, per fortuna). Verrebbe da dire che prendersela con la musica contemporanea e ancora di più con la musica dodecafonica (che in Frova ne diventa il… capro espiatorio) è un po’ come prendersela con la croce rossa. Lo stesso d’altro canto varrebbe anche con la musica “seria” dei tempi passati (quella che popolarmente e purtroppo anche ufficialmente viene detta “musica classica”), la quale oggi viene ascoltata solo da una nicchia di persone economicamente irrilevante. Certamente sarebbe più scientifico fare un discorso generale sulla musica, prendendola tutta questa musica! Allora il nostro sarebbe costretto ad affrontare elementi contraddittori, come il rumore, la mancanza di pulsazione, la dissoluzione della forma, tutti elementi che sono presenti sì nella musica contemporanea, ma anche in generi decisamente più diffusi, come il Grind, il Noise, lo Speedcore, la Drone Ambient e la Techno Industriale, tra i tanti. Verrebbe quindi voglia di invalidare l’intero libro proprio perchè le sue argomentazioni sulla musica di oggi semplicemente prendono un campione non sufficientemente significativo da permettere di impostare un discorso valido. Naturalmente non sarebbe giusto, almeno perché il libro ci darà sicuramente modo di approfondire tanti temi.
E’ dura scrivere di queste cose su un blog, perché la scrittura su internet (per non parlare della mia capacità di sintesi) impedisce spesso di fare discorsi ampi. Bisognerebbe capire a quale tradizione critica si rifanno Vlad e Frova quando parlano di musica seria, perchè certo questa mistificazione esiste da sempre e non certo solo a partire da Adorno, che comunque ne ha dato una legittimazione filosofica.
Concludo questo post con un testo di Frank Zappa, che con la verve iconoclastica che lo contraddistingue pone a suo modo il problema del diritto che ha la musica seria (un concetto inventato sicuramente da chi la fa o la scolta, questa musica “seria”) di rappresentare la musica tout court.
Vorrei spiegarvi un po’ cos’è la musica seria. Quella che la maggior parte della gente definisce musica seria, in effetti, non è affatto seria. E’ stata fatta molta propaganda della musica classica sin da quando è stata inventata. Esaminiamo brevemente la storia della musica classica: quelli che oggi definiamo “i grandi capolavori della musica” furono composti per soddisfare i gusti dei sovrani, della Chiesa o dei dittatori, in quanto erano loro che pagavano. Se un compositore era dotato di uno stile che piaceva a quelli che all’epoca pagavano, ecco che aveva successo. Faceva successo, lavorava, insomma sopravviveva. Se non piaceva a quelle persone, era finito, gli tagliavano le dita, o la testa, oppure lo mandavano in esilio: non c’erano molte vie di mezzo. Basta consultare un testo intitolato World Dictionary of Music and Musicians. Vedrete che nel corso dei secoli ci sono stati compositori che hanno avuto successo e altri che non ne hanno avuto. Ma ciò che non è necessariamente legato alla qualità del loro lavoro, ma piuttosto alla loro capacità o meno di incontrare i gusti del committente. Ed oggi è la stessa cosa. Quindi tutte le norme, le norme accettabili della musica classica non sono altro che le norme del gusto della Chiesa, dei sovrani o dei dittatori che nel corso dei secoli hanno pagato le composizioni musicali. Non riflettono quindi i gusti della gente, la quale non aveva alcun potere decisionale. Voi affermate che a me interessa la musica seria. In effetti, io prendo il mio lavoro molto sul serio ma lo considero come entertainment, ed è entertainment per coloro cui piace quel tipo di entertainment. Io non compongo per i re, per la Chiesa o per i governi, ma per i miei amici ed è così che vorrei che si percepisse il mio lavoro: come entertainment. Che sia scritto per band di rock’n'roll o altro, non fa differenza. E’ la stessa gente che ascolta quella musica. Ho fatto diversi album per orchestra, che però non vengono acquistati da quelli che vanno a sentire i concerti di musica sinfonica, ma dalla stessa gente che compra il rock’n'roll. Magari una categoria particolare di quelli che ascoltano rock’n roll…

La reversibilità del blues ovvero Elvis Presley vs. Elio e le storie tese Aprile 18, 2008
Posted by maxviel in Il linguaggio musicale.add a comment
Colgo l’occasione dell’uscita dell’ultimo album di Elio e le storie tese, “Studentessi”, per fare un paio di brevi considerazioni un po’ esoteriche sul linguaggio musicale. Nell’album in questione infatti il “simpatico complessino” ha preso un famosissimo brano di Elvis, “Suspicious mind”, e lo ha rivoltato in modo che suonasse al contrario, proprio come in quella oscura e presunta pratica che ci permette di sentire messaggi satanici nei piu’ “innocenti” brani rock. La nuova traccia è quindi servita come guida per produrre “Ignudi fra i nudisti”, che come nell’originale tratta di faticosi rapporti di coppia e risulta quindi essere una specie di cover all’incontrario! Provare per credere: qui potete ascoltare il brano di Elvis all’incontrario.
Tralascio tutti i commenti sulla perizia di Elio e amici o sul successo dell’operazione, pensate solo che persino il “dobbiamo decidere” alla fine della prima strofa assomiglia molto all’originale “ah, don’t you know” detto all’incontrario! Quello che invece mi interessa è capire se un brano scritto in un certo linguaggio musicale riesce ancora ad esprimerlo una volta suonato all’incontrario, come sembrano dire i ragazzi sempre nello stesso disco a proposito del Death Metal in “Suicidio a sorpresa”.
Sono tante le caratteristiche che definiscono il linguaggio tonale (quello che definisce la musica occidentale degli ultimi 400 anni) e lo fanno a tanti livelli: dalla scelta delle note in una melodia o negli accordi, alla organizzazione della battuta e delle durate, alla coerenza timbrica (il fatto cioè che una linea melodica viene realizzata da una stessa timbrica fino, per cosi’ dire, alla sua fine), alla stessa organizzazione di brani e forme musicali. Una cosa rimane però fondamentale, anche se non sufficiente a definire tutta la complessità della tonalità, ed è la direzione temporale che, come un oggetto lasciato cadere viene per cosi’ dire attratto dal centro di gravità verso il pavimento, conduce il brano attraverso le sue peregrinazioni armoniche verso la tonica, in un movimento che viene massimamente espresso dalle armonie in successione di sottodominante, dominante e tonica (IV-V-I), detta anche cadenza composta.
Se suoniamo all’incontrario questa cadenza (che diventa così I-V-IV) la gravità non sarà più esattamente la stessa, cosi’ come se proiettiamo un video in direzione retrograda, cioè dalla fine all’inizio, una persona che si muove sara’ sempre un essere umano ma i suoi movimenti non saranno perfettamete riproducibili, come ben sanno gli autori di film di kung-fu quando simulano fantastiche abilità di salto girando all’incontrario dei normalissimi salti.
Il linguaggio musicale, come tutto il resto, non è quindi normalmente reversibile… ha cioè una direzione che può essere invertita solo con il risultato della propria distruzione, più o meno drammatica. Ma qui interviene il blues. E’ infatti da questo genere che si sviluppa la consuetudine di invertire la cadenza composta, che si è espansa fino a essere presente in tutta la vastità dei sottogeneri del pop. Questo è il tributo che la musica di massa paga in quasi ogni brano al blues e quindi alle sue visionarie origini.
Anche il brano di Elvis, “Suspicious mind”, non è da meno e presenta una delle infinite varianti del giro di blues: la sua strofa si può riassumere con I-IV-V-IV-I. Se proviamo a suonare al contrario la precedente serie di accordi, anche chi non si intende di armonia può immaginare che il risultato sarà identico all’originale e dunque siamo di fronte a un palindromo armonico. Ecco dunque che ancora una volta i nostri illusionisti fanno la magia: prendono un brano, lo girano.. et voilà: la musica è ancora la stessa e il linguaggio tonale è salvo ancora una volta!
Oppure no.