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se c’e’ la passione… marzo 8, 2008

Posted by maxviel in Il musicista.
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Spesso mi sono sentito dare questa risposta, da chi mi aveva chiesto che lavoro facessi dopo la mia laconica ed un po’ provocatoria risposta: “il musicista”.
Credo di non essere l’unico ad essersi imbattuto in un commento del genere sulla professione di musicista, nè di essere il solo ad aver percepito in esso un misto di ammirazione e disprezzo.
Ammirazione, perchè la passione appare in questa semplice frase come l’espressione di un miraggio, anzi di un paradiso perduto dall’odierno impiegato o professionista, il quale ben sa che niente viene dato in cambio di niente e che un buon tenore di vita vale la candela di una vita senza grandi emozioni, senza passione.
Quindi invidia, ma soprattutto disprezzo, perchè chi ha scelto la via dell’emozione, ha scelto la via della superficialità, del divertimento e in fondo dell’accattonaggio, come d’altra parte è toccato in sorte alla cicala prima di esalare l’ultimo respiro.

Con questo luogo comune sulla musica e sui musicisti ho dunque voluto inaugurare una serie di post, che spero possano per frequenza e frequentazione meritare il titolo di “blog”, dedicandoli al commento di idee, eventi, libri, gossip, articoli e quant’altro possa mettere il mondo della musica e dei musicisti sotto una luce diversa da quella convenzionale e falsa che spesso ne danno i mezzi di comunicazione di massa o la cosidetta “opinione comune”.

Certo è che la nostra cultura nella sua forma attuale è in buona compagnia se è vero, come dice il grande etnomusicologo Marius Schneider, che il rapporto ambiguo di amore e odio, di ammirazione e disprezzo per il musicista è comune anche a tante culture del passato.
“E’ certo che la professione del musico è una di quelle che più hanno tardato a farsi riconoscere quale mestiere regolare e onesto. […] Talora il musico sembra persino essere un fuori-casta. […] In realtà lo si trova soprattutto ai margini, o in caste limitrofe della società.” (M.Schneider, Il significato della musica, 1970 Rusconi, Milano, pag. 72).
Schneider individua nella sua indagine sulle culture antiche ed extraeuropee diverse tipologie di musici, i quali essenzialmente si pongono in un continuo tra i due estremi del musico-sacerdote e del mago e dunque “poichè il musico non appartiene nè alla terra nè al cielo, nè alla società degli uomini nè a quella degli dei o a quella dei demoni, egli è necessariamente situato tra i due gruppi” (ibidem).

Non so se anche nella nostra società si mantiene la distinzione tra musici santi o infernali, al di là del modo in cui essi si inseriscono nell’immaginario di massa (o più propriamente di nicchia) con finalità più legate al marketing che a un reale contributo all'”eterna lotta tra il bene e il male”, come mi sembra di individuare ad esempio nei due estremi di Arvo Pärt e di Ozzy Osbourne.
Rimane però almeno l’ambiguità con cui anche persone colte, sensibili alla musica o meno, si rivolgono alla figura del musicista, sempre sfuggente ad ogni rigida classificazione: a volte giullare, a volte “romanticamente” genio, a volte dotato di ferrea disciplina, a volte sregolato e incostante e sempre, quasi sempre, docile lui stesso a farsi inquadrare in nicchie interpretative, in figure paradigmatiche simili ai tarocchi, che popolano il nostro immaginario per certi aspetti archetipico, ma più spesso ricettivo e in fin dei conti incantato dalla grande messinscena dello spettacolo massmediatico.

Commenti»

1. francesca cescon - marzo 23, 2008

perfettamente d’ accordo con te…
e cmplimenti per il sito!

2. Riccardo - marzo 23, 2008

gli spunti interessanti non mancano…..
certo la commercializzazione della musica gioca un ruolo enorme, in fondo se ci pensiamo le generazioni di musicisti che si sono scontrate od incontrate con questa nuova realta’ non sono poi molte…….tre o quattro al massimo…..
Dove sono gli infernali ? Dove sono i santi?

Bisognerebbe ricostruire i loro percorsi….forse potrebbero essere due categorie utili per ricostruire la nostra genealogia musicale…..da chi discendiamo ? Dai santi ….i matematici dei suoni che osservano l’universo attraverso le sue vibrazioni e che cercano attraverso la musica il riscatto dalla bassa condizione umana….o dagli infernali…..che usano la musica per esorcizzare, incantare, ipnotizzare gli umani ?

3. Massimiliano - marzo 23, 2008

I percorsi si complicano ulteriormente quando il tutto viene immerso in uno spettacolo in cui i santi si vestono da demoni e i demoni da santi… difficile ricostruire una genealogia, ma non impossibile.
Poi Schneider individua altre figure intermedie, come il musico di corte, il bardo, lo sciamano, il giullare, il virtuoso e il musico-funzionario… una vera costellazione di archetipi…

4. marcolenzi - agosto 31, 2010

post molto interessante. il ruolo e il prestigio sociale del musicista è cambiato moltissimo nel corso dei secoli: nel medioevo il compositore apparteneva alle classi più agiate (de vitry era vescovo e professore universitario, machaut diplomatico, dunstable astronomo e matematico e ockeghem tesoriere del re, etc. etc.); dal rinascimento al calcio in culo a mozart tale prestigio si è lentamente ma inesorabilmente affievolito. col romanticismo, come sappiamo, il compositore ha ‘rialzato la testa’ diventando un libero professionista, qualifica che è rimasta fino ad oggi, con esiti più o meno felici a seconda dei casi. ma mi pare che la maggior parte dei musicisti, oggi, traggano il loro sostentamento economico prevalentemente dall’insegnamento, no? io ho sempre preferito rispondere che faccio l’insegnante a chi mi chiede che cosa faccio nella vita. non che gli insegnanti siano più ammirati che disprezzati dalla gente, intendiamoci, ma forse quello dell’insegnamento è un ambito un po’ più… neutro, meno esposto ad oscillazioni e ambiguità. d’altra parte, l’idea stessa del ‘professionismo’ – e con ciò intendo il far coincidere la propria passione con il proprio lavoro – è un’idea molto europea, se vogliamo. in america, p. es., molti dei compositori non legati alle università faceva o fa altri lavori (ives era assicuratore, feldman lavorava nella fabbrica di vestiti del padre, ruggles dipingeva acquerelli, wolff insegnava latino e greco).

5. maxviel - settembre 1, 2010

Purtroppo temo che l’insegnamento come fonte di reddito per i musicisti stia tramontando da queste parti. Per dare posto a… difficile capirlo…

6. marcolenzi - settembre 1, 2010

dici, max? eppure c’è ancora tanta richiesta di musica da parte dei giovani e giovanissimi, mi sembra. e al di là delle scuole statali (scuole vere e proprie e conservatori) c’è pur sempre tutto il mercato delle scuole private e delle lezioni domestiche. comunque, la ragione vera per cui evito in genere di rispondere che faccio (o sono) un musicista a chi me lo chiede è che poi ti chiedono “ah, sì? sei un compositore? interessante, e che musica scrivi?” etc. etc. e non so mai bene cosa dire a quel punto (è ovviamente inutile che mi spieghi meglio – credo che ogni musicista abbia già capito cosa intendo dire🙂 ). comunque, tornando al tema centrale di questo post, credo che oggi stiamo vivendo come musicisti un chiaro conflitto tra la nostra autopercezione, ancora (io credo irreversibilmente) romantica, e un contesto che sta sempre più regredendo a un’idea puramente spettacolare e intrattenitrice del musicista. l’idea del compositore-vate (beethoven, wagner) mi pare sia sparita quasi del tutto (ma ciò non è detto che sia un male). chissà quali sorprese ci riserverà il futuro. francamente, non ne ho la più pallida idea. un caro saluto da livorno

maxviel - settembre 2, 2010

Beh se includi l’insegnamento privato e fuori dall'”accademia” allora c’è tanta richiesta… ma ho presente come vengono spesso trattati pecuniariamente gli insegnanti di queste scuole e non c’è da farci troppo affidamento. E se non si sta attenti, la didattica online si mangerà presto tutti questi settori di insegnamento amatoriale, temo.
Sull’autopercezione del compositore… personalmente devo dire che la frequenza di un collettivo come Otolab o dell’approccio tipicamente dance delle “white labels” (vinili anonimi) nonché della scomparsa dell’autore (ahimè a favore del DJ) della scena dance (più tipicamente house) non può che fare del bene… un sano ritorno all’anonimato e alla pura ricerca musicale senza frivolezze e velleità d’autore. Ma purtroppo anche questo approccio ha degli aspetti negativi. Nulla (in musica come nella vita) può sostituire la sobrietà e il senso della morte (con il senso di realtà che ne scaturisce).


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