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Vita, morte e miracoli di Charlemagne Palestine maggio 29, 2008

Posted by maxviel in Recensioni.
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Ero in verità un po’ prevenuto contro Palestine avendo sentito delle registrazioni di concerti, ad esempio il celebre “Strumming Music” un tremolo per pianoforte solo di 45 minuti, e alcune dicerie del tipo che si fa sempre accompagnare sul palco da uno stuolo di pupazzetti di peluche e che sorseggia sempre del brandy durante le performances.
Ho sempre pensato che facesse parte dello stuolo di mattoidi, che affollano il sottobosco di musicisti d’avanguardia (qualsiasi cosa questa parola voglia dire). Lo so, mi vergogno della mia superficialità degna di quelle vittime della realtà “silenzio-assenso” a cui i mezzi di comunicazione di massa ci hanno abituati e che cerco nel mio piccolo di combattere anche con questo blogghino.

Non c’e da stupirsi quindi che quando me lo sono trovato alla Tiennale di Milano, venerdi’ 23, vestito da perfetto americano con tanto di panama e camiciona hawaiana, farfugliare frasi che parevano da ubriaco non sapevo se sentirmi imbarazzato per lui oppure cercare di ascoltare il senso delle cose che diceva. Ammetto che per un attimo, nella timida codardia che in alcuni momenti di debolezza mi coglie, ho pure pensato di nascondermi nel caso avesse voluto rivolgersi direttamente a qualcuno del pubblico.

Ma veniamo al sodo. La performance è stata notevole per il minimalismo assoluto del concept e del suono che attraverso un “drone” armonico passava in una quarantina di minuti attraverso soundscapes con canti di uccelli, interventi vocali dal vivo, rumori di traffico stradale e nell’apice del suo percorso in crescendo a un ostinato di rullanti da parata militare.
Mi ha pero’ colpito di piu’ il video, girato in pellicola e in un rallentato costante che procedeva con svelamenti progressivi verso la chiarificazione di una tematica molto emozionante tra i temi della morte e della vita che continua, dell’affetto e della melanconia di un passato che non ritorna, sia esso l’infanzia o un animale che è morto.
In effetti il mero contenuto del video riguardava una sorta di rituale giocoso, ai limiti della demenza, che l’autore svolgeva insieme a un pupazzo di peluche all’interno di un cimitero (presumiliblmente francese) di animali morti, nel senso del “pet cemetery” à la Stephen King.
Ammetto di non aver descritto in modo esauriente il tutto; chi è incuriosito può leggersi una interessante intervista sul sito di Digicult.

Quello che mi colpisce è il fatto che al nome di Carlemagne Palestine, o meglio alle sue performances, venga sempre associato il fantomatico attributo di “rituale sciamanico”. Lasciamo stare il senso di “sciamanico”… è il “rito” che mi interessa.
Ora, la parola “rito” puo’ essere utilizzata in senso stretto, in presenza di un culto, o in senso lato, come una successione di gesti e parole condivisi da una comunità che attraverso la ripetizione nel tempo veicolano un qualche tipo di risultato, spirituale o psichico. E’ chiaro che in questo senso molto, se non tutto, è rito, ovvero tutto quanto viene ripetuto per ottenere un risultato condivisibile è rito. Avrebbe addirittura senso parlare di riti privati.
Ma può esserci rito e performance artistica allo stesso tempo? A mio parere no, dato che l’arte è esclusa dalla sfera del sacro. Può imitarla, può esserne parassita, ma solo eliminando il concetto di arte e cioè di finzione possiamo accedere al rito come dispositivo spirituale o psichico.
Mi rendo conto che questo può essere discutibile a seconda delle estetiche e dei gruppi artistici, o meglio del vissuto individuale o di gruppo di artisti e fruitori.
Ma è alla cultura in cui viviamo che mi riferisco, nel suo aspetto più globale; al contrario nelle sottoculture o nella sfera del privato tutto o quasi è possibile, come ci insegna la famiglia Manson.
Mi sembra quindi che quando ci sono artisti a cui ci si appella pubblicamente come a “sciamani” che fanno “riti”, si scatena un gioco retorico di maschere. La parola “rito” viene usata per indicare l’antiartistico, ciò che rompe una continuità nella coscienza del fruitore, nella migliore delle ipotesi, o la foglia di fico del disagio sociale dell’artista, nel peggiore.
Forse, come in certa bodyart, il rito privato dell’artista mira a una sua trasformazione individuale, sia essa una trance o la conquista del paradiso, ma il pubblico è comunque Solo eliminando l’attributo di artistico di un gesto, esso acquisisce la forza del reale non più mediato dalle convenzioni che ne fanno una finzione artistica.
A questo punto occorrerebbe chiedersi: ma la musica può avere una qualche influenza sul mondo? Ma non ci pensiamo adesso…
E dunque, niente riti, niente sciamani: quella di Palestine è stata soltanto (?) una splendida performance artistica.

Mr. Palestine e i suoi piccoli amici

Commenti»

1. riccardo Nova - settembre 12, 2009

non avevo letto questo studio su Palestine..
interessante…


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