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La trasformazione del gusto musicale luglio 5, 2010

Posted by maxviel in Il musicista, la musica contemporanea, Musica e politica.
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Bisogna scrivere musica che piaccia al pubblico?
Bisogna scrivere musica senza interessarsi dei gusti della gente?

Sono questioni che, ahimè, vanno abbastanza di moda e che spesso sono trattate con una soprendente superficialità, anche, e lo dico con grande rammarico, da chi si occupa di musica per professione e magari la insegna in Conservatorio.

Non sarò certo io a dare qui una soluzione al problema, che in verità per me è un falso problema. Sicuramente c’è una tensione quasi irrisolvibile tra musica d’arte e musica commerciale, spesso anche all’interno di uno stesso artista. E il problema non è certo nato con la cultura di massa e la monetizzazione dei valori esistenziali. Chi in passato scriveva su committenza non poteva certo permettersi il lusso di affrontare questo dilemma, se non con il rischio “mozartiano” di farsi cacciare con un calcio nel sedere.

La natura del blog mi impedisce di scrivere lunghi testi e quindi (con un sospiro di sollievo da parte di tutti) mi vedo costretto ad affrontare l’argomento diluendolo nei prossimi post, ma anche in quelli passati.
Qui mi limiterò a sottolineare un fatto che è semplicemente ignorato da tutti, sia da chi difende la musica contemporanea in toto o in parte, sia e soprattutto da chi la attacca in un debole tentativo di caccia alle streghe.

Sempre più spesso infatti sento dire che la colpa dell’attuale divario tra gusti del pubblico e gusti dei compositori di tradizione classica (quella cosiddetta “contemporanea”) è stato causato da una sorta di hybris, di delirio di onnipotenza dei musicisti d’avanguardia che hanno scelto di ignorare quando veniva richiesto da un pubblico desideroso di nuova e gradevole (almeno per lui) musica.
La frattura viene in genere fatta risalire alla nascita delle avanguardie storiche e quindi diciamo verso gli anni Venti. Certo è che sul tavolo di imputazione stanno sempre quei compositori che negli anni ’20 erano bebè e che hanno iniziato la carriera musicale negli anni ’50. E sono sempre i “soliti noti”: Stockhausen in primis, ma anche Boulez, Xenakis, Nono…

Ecco un primo dato che ci potrebbe aiutare a capire (e dopo 150 anni sarebbe davvero il caso) quanto è successo.
Sorpresa! La frattura tra pubblico e compositori è iniziata nel 1830 ed è giunta a un primo grande compimento circa 10 anni dopo, cioè ben prima che non solo la musica contemporanea, ma anche quella “atonale” in genere facesse la sua comparsa.
William Weber infatti, nel suo libro “The Great Transformation of Musical Taste: Concert Programming from Haydn to Brahms” analizza centinaia di programmi di sala scoprendo che se ancora all’inzio degli anni 30 il 20% dei programmi di sala era riservato ai compositori del passato mentre il restante 80% era dedicato ai compositori contemporanei, solo 10 anni dopo le proporzioni erano invertite e destinate a rimanere tali per lungo tempo, cioè per più di un secolo fino allo scenario attuale in cui i compositori contemporanei non sono semplicemnte presenti nella gran parte dei programmi di concerto.

La trasformazione è rapida e incredibile! Cosa può essere mai successo da spostare l’attenzione del grande pubblico dal presente al passato?
Non lo so.. ma certo la riscoperta di J.S.Bach e della partitura della sua Passione secondo S.Matteo da parte di F.Mendelssohn deve avere dato un grande contributo.
In effetti il “lancio mediatico” ante-litteram con la conseguente grande attenzione di pubblico e critica all’esecuzione della Passione sotto la direzione di Mendelssohn nel 1829 fu quasi il lancio di un compositore “nuovo”, dato che fino ad allora Bach era poco conosciuto dal grande pubblico. Un compositore che però era nato 150 prima!
Da allora l’ago della bilancia si è spostato drasticamente e la frattura tra contemporaneità e passato, almeno nella musica, si era aperta ed era destinata ad allargarsi.

È dunque lecito accusare Bach (o Mendelssohn) del fatto che oggi Allevi viene inviato in Parlamento a rappresentare la cultura musicale, mentre di K.Stockhausen (tanto per parlare dei soliti) si ricorda solo che una volta ha dichiarato (ma è una ben dimostrata montatura giornalistica) che l’attentato dell’11 settembre è stato un gesto artistico?

Ovviamente no. E non perché la musica di Bach ci piace mentre invece quella di, mettiamo, Boulez invece no. Ma perché questa frattura si colloca in un periodo storico ineluttabile di trasformazione in tutte le arti, nelle scienze e nella tecnologia. E nella società. Non si tratta di rimpiangere un passato perduto, accusando istericamente il primo che passa, richiudendosi in un sogno ad occhi chiusi (salvo poi lamentarsi che la realtà non gli corrisponde), ma di cercare di capire il presente senza ideologie e comode semplificazioni. E di andare avanti.

Commenti»

1. marcolenzi - agosto 28, 2010

io penso che il compositore, lo scrittore, l’artista in genere non debba ‘cercare il successo’, mettere il ‘successo’ al primo posto dei suoi desiderata. credo la questione stia tutta qui. per quanto sembrerebbe che la ricerca e il desiderio di successo siano connaturati all’uomo, io distinguerei il successo dal riconoscimento: il primo è un concetto puramente quantitativo (il numero di esecuzioni che hai o il numero di persone che ti conoscono, etc.) il secondo è invece qualitativo (l’esecutore suona il tuo pezzo perché gli piace veramente e lo ritiene degno di essere eseguito e promosso e non, per dire, per ricambiare un favore o più in generale per mero interesse; oppure, ancora, sei apprezzato, riconosciuto da una comunità – per quanto piccola essa sia – di persone che a tua volta stimi, etc.). ecco: insomma, credo che la questione sia di ordine etico più che estetico. il primo interesse di ogni artista dovrebbe dunque essere la ricerca di un proprio linguaggio personale, la messa a fuoco della propria interpretazione del mondo (la quale, ovviamente, non nasce dal nulla, ma emerge da uno sfondo di influenze e di predilezioni, ragion per cui se un artista è stato fortemente influenzato da artisti non apprezzatissimi da milioni di persone sarà molto probabile che anche la sua arte non avrà un successo di massa e viceversa); ed è chiaro che la ‘personalità’ e il ‘linguaggio’ di un artista non debbano coincidere necessariamente con l’originalità delle sue opere – uno può scrivere tonale, per intenderci, ed essere molto più originale di un qualsiasi rumorista, etc. etc.
insomma, anche per me la domanda se il compositore debba scrivere cose che piacciano al pubblico oppure no è mal posta. uno scrive quel che scrive e quando inizia a scriverlo ovviamente è uno sconosciuto. il ‘successo’ della sua opera dipenderà da una catena di eventi che dalla ristretta cerchia degli amici più intimi la porterà a tutta la società, catena tanto più virtuosa quanto meno vi si infiltreranno anelli di puro interesse commerciale e pubblicitario: è per questo che le opere di quelli che ritengo tra i più grandi artisti ‘non di massa’ (kafka, mondrian, feldman) si sono affermate lentamente, senza avere bisogno di alcun ‘lancio’ ma per un semplice e interminabile passaparola tra individui. se questo accadesse SEMPRE (ma ciò ovviamente è pura utopia) saremmo più liberi di muoverci e di respirare a pieni polmoni, invece di essere sommersi, come siamo, da tonnellate di rifiuti culturali.

maxviel - agosto 28, 2010

Non posso che essere d’accordo. Purtroppo la “società dello spettacolo” in cui viviamo ha sostituito in modo ufficiale il riconoscimento con il successo e l’arte con l’intrattenimento e a questo sono seguiti i soliti revisionismi e razionalizzazioni.


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