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La sala vuota gennaio 13, 2011

Posted by maxviel in Il linguaggio musicale, Il musicista, la musica contemporanea.
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L’8 gennaio 2011 è uscito sulla Repubblica un articolo di Alex Ross (autore di “Il resto è rumore”, Bompiani, buon libro di carattere divulgativo sulla musica del Novecento) che pone ancora una volta il problema del rapporto tra musica contemporanea e pubblico e del perché la diffusione degli esiti più sperimentali della musica del secolo scorso non abbia seguito il destino di “popolarizzazione” di cui invece hanno “goduto” altre arti altrettanto sperimentali e in particolar modo la pittura.
L’articolo a cui è seguito una risposta di Alessandro Baricco si trova a questo link, in cui articolo originale e risposta vengono brutalmente accostati in modo da non capire dove finisce uno (presumibilmente con i crediti di traduzione) e dove inizia l’altro.

Il problema è certamente complesso e non è facile districarlo nelle poche righe di un post. E nemmeno ci provo a farlo. Piuttosto vorrei elencare alcuni punti che certamente entrano in qualche modo nella ricerca di una risposta a questo problema.

1) Ancora oggi e con l’aiuto di qualche numero, qualcuno (ad esempio il fisico -e tuttologo aggiungerei io- Andrea Frova) sostiene che la musica tonale (cioè il linguaggio in cui sono state scritte le musiche degli ultimi secoli e che l’avanguardia ha cercato di spodestare) è l’espressione della natura e che il sistema cognitivo umano è “cablato” per apprezzare maggiormente questo tipo di musica.
Non è davvero da prendere sul serio un’affermazione così ideologica da confinare con il razzismo più bieco. Il repertorio scritto con il linguaggio tonale è una piccola isola spazio-temporale nell’immenso mare della cultura umana e la diffusione attuale su tutto il pianeta del linguaggio tonale (così come viene espresso dal pop internazionale) a scapito delle culture locali deve a mio parere essere considerato alla luce dell’espansione egemonica della cultura americano-occidentale piuttosto che essere visto come una felice “ritorno” alle leggi della natura sonora da parte di orientali e africani.

2) Bisogna dare un senso non demagogico e populistico al concetto di “difficoltà dell’ascolto”, la quale è certamente presente in molta musica del Novecento contemporaneo, ma anche della musica tardoromantica e moderna, per non parlare di buona parte della musica antica. Possiamo veramente dire che il canto gregoriano è musica di facile ascolto? E poi ciò che noi oggi riteniamo facile (qualunque cosa ciò voglia dire) sarà stato facile anche per i contemporanei di chi ha scritto questi brani? Ad esempio sappiamo che i contemporanei di J.S.Bach non ritenevano certo facile e dilettevole la sua musica. Inoltre può succedere che un appassionato di Noise giapponese possa considerare la musica di Mozart estremamente difficile… e noiosa!

3) Forse dico un’eresia. Ma a volte ho l’impressione che la musica… cioè fare musica e ascoltare musica abbia un tale effetto incantatorio che musicisti e ascoltatori, inondati da endorfine, finiscono per accontentarsi come la scimmia dell’esperimento di Delgado di schiacciare sempre e solo il pulsante del piacere. E alla fine non si interessino di altro, se non quando vi sono messi brutalmente contro.
Così mi sembra che molti musicisti, oggi come ieri, siano tra tutte le tipologie di artisti quelli meno interessati alla realtà che li circonda e più chiusi in un mondo di musiche rassicuranti, di pratiche ossessive legate magari alla manualità dello strumento. Da questo punto di vista non ha torto Ross a sostenere che la musica cosiddetta classica è diventata l’espressione pacificante e nostalgica di un mondo sicuro e conosciuto, cosa ben diversa da quello che essa rappresentava per i suoi contemporanei.
Le conseguenze sono ovvie e valgono per la musica cosiddetta d’avanguardia, ma anche per quella classica.
Mi è capitato più volte di parlare con musicisti anche affermati nell’ambito della performance di musica classica che, pressati sul fatto che anche questa è in estinzione proprio grazie all’atteggiamento dei musicisti stessi, mi hanno risposto: “Beh allora pazienza!”. Quod Era Demonstrandum.

4) Baricco, tanto per cambiare deve diffondere il suo superficialismo demagogico, sostenendo che Boulez non ha nulla a che fare con Brahms. Ovviamente è storicamente e musicologicamente una sciocchezza. Ma curiosamente altri musicisti hanno accolto la sfida del tempo. Musicisti che non si connettono direttamente alla tradizione della musica scritta, poiché lavorano quasi interamente con la musica elettronica oppure musicisti che provengono da tradizioni parallele, come la musica concreta o il rock (industriale, noise, post-) o la techno. Questi musicisti non hanno un pubblico di massa, perché la loro musica non aderisce ai canoni della musica di massa. Eppure hanno un seguito. Sono tanti, usano linguaggi e tecniche molto diverse tra loro e hanno voglia di portare avanti lo sviluppo della sensibilità musicale, anche a costo di scoprire (a volte) l’acqua calda.
Il percorso della musica non finisce con la musica classica, né con la musica contemporanea, né con il pop. Spesso è proprio per il nostro ragionare per compartimenti, per scatole chiuse che non vediamo quello che succede anche se è davanti al nostro naso. È un errore che fa Frova nella sua critica scientista del linguaggio musicale, lo fa Baricco quando indica il minimalismo americano (e milanese) il futuro della musica e lo fa anche Ross quando limita la sua analisi al pubblico “stagionato” e un po’ conservatore dei Proms di Londra.

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Sono arrivato primo! settembre 25, 2010

Posted by maxviel in Il linguaggio musicale.
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Giovedì scorso ho inziato il Laboratorio d’ascolto dedicato al paesaggio sonoro con il primo movimento della Sinfonia n. 6 di L. van Beethoven, detta “Pastorale”.
In effetti tutta la sinfonia è evidentemente impregnata di descrittivismo, spesso di fenomeni naturali, come il celebre temporale del penultimo movimento. Quello che mi colpisce nel primo movimento sono però quei passaggi, peralto famosissimi, in cui la melodia, l’armonia e il metro svaniscono per lasciare posto a una tessitura sobbalzante (quartine di sedicesimi contro terzine di ottavi!) dominata da un accordo maggiore e da una figura ripetuta: un vero e proprio riff (la trovate qui tra 5’10” e 6’40” e comunque in genere in tutto il movimento).
Se non è certo Beethoven il primo a usare i riff nella musica occidentale, certo la sua “testuralità” mi colpisce: a quell’epoca doveva essere veramente qualcosa di nuovo e per risentire ancora qualcosa di simile bisognerà aspettare Wagner con l’apertura dell’Oro del Reno”.

Da questi pensieri mi sono mosso verso qualcosa di più… frivolo, cercando di individuare precursori e innovatori del linguaggio musicale insospettabili che hanno lanciato un filo, spesso perduto, lungo la storia della musica fino ad alcuni generi o pratiche musicali di oggi.
Ad esempio nella terza parte della Sagra della Primavera di I.Stravinskij, c’è una incredibile (per l’epoca) battuta con undici colpi regolari di percussioni con archi (la trovate qui a 23’24”), quasi una “cassa dritta” che prelude decisamente alla dance elettronica e in particolare alla Hardcore Techno.
H.Berlioz ha inventato con il suo “Requiem”, di cui qui si può ammirare l’immenso organico (orchestra e coro comprendono tutta la parte illuminata fino in alto), la stereofonia in senso moderno. Ha anche scritto il primo brano psichedelico della storia, con la sua Sinfonia Fantastica, in cui vengono descritte le visioni oppiacee di un giovane deluso in amore.
Sulle invenzioni un po’ folli di Berlioz ci sarebbe da dire molto, come del resto di E.Satie che ha inventato almeno l’ambient music, che lui chiamava musica d’arredamento, e il minimalismo con il brano Vexations, lavoro atonale del 1893 (!) di cui eseguiremo un tributo fra poco più di un mese nella stagione di Sincronie 2010 a Milano.
E poi ancora…

L’espressività dell’inespressivo. luglio 24, 2010

Posted by maxviel in Il linguaggio musicale, Pinzillacchere.
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L’espressività è la capacità di evocare qualcosa in chi guarda/ascolta, insomma percepisce. Quindi l’inespressività sarebbe il contrario, cioè l’incapacità di esprimere.
Ciò non sicgnifica però che non sia possibile esprimere, cioè evocare, una incapacità di esprimere. Ad esempio l’imitazione di una voce “robotica” è proprio questo: il tono di voce, il timbro “metallizzato”, la durata uguale delle sillabe mirano porprio a rendere la voce di un personaggio per definizione inespressivo, cioè quella di un automa. E come tutte le evocazioni può essere fatta bene o fatta male.

Per quanto riguarda la musica potrei citare la frase detta da Monsieur de Sainte Colombe nel film “Tutte le mattine del mondo” a un giovane Marais: “Hai suonato della musica, ma non sei un musicista!”.
Chi ha fatto dell’espressione dell’inespressivo un marchio di fabbrica sono i Kraftwerk, che sono arrivati a farsi sostituire sul palco da manichini robotizzati, ma anche Ryoji Ikeda e la sua estetica macchinica (termine veramente brutto) della rappresentazione scientifica.

All’opposto l’inespressivo riesce ad esprimere poco o niente e l’inespressività che ne esce non è un elemento dell’espressione, che ha senso all’interno della struttura di significati della performance artistica, ma al contrario una diminuzione del senso… è la realtà che irrompe caotica nel mondo fittizio della rappresentazione artistica.
In alcuni casi si può arginare questa distruzione… è il caso ad esempio di Roy e Moss, protagonisti del bellissimo telefilm inglese “The IT Crowd”.
Il primo è inespressivo (ma per fortuna dotato di un’ottima sceneggiatura), il secondo esprime l’inespressivo.

Un tal Cortazar e l’arte contemporanea luglio 6, 2010

Posted by maxviel in Il linguaggio musicale, Il musicista, la musica contemporanea, Musica e politica.
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Ecco come il grande scrittore Julio Cortazar risponde con la consueta intelligenza e autoironia, al problema vecchio ormai di 100 anni se un artista debba seguire i gusti di una maggioranza oppure no.

da “Un tal Lucas” (1979)

LUCAS, LE SUE DISCUSSIONI DI PARTITO

Incomincia quasi sempre allo stesso modo, notevole accordo politico su un mare di questioni e grande fiducia reciproca, ma a un certo punto i militanti non letterati si rivolgeranno amabilmente ai militanti letterati e porranno loro per l’arciennesima volta la questione del messaggio, del contenuto intelligibile per il maggior numero di lettori (o di uditori, o di spettatori, ma soprattutto di lettori, oh sì).
In questi casi Lucas tendenzialmeiite tace, visto che i suoi libelli parlano estesamente in sua vece, ma siccome talvolta lo aggrediscono in modo piú o meno fraterno, ed è risaputo che non c’è peggior critica di quella di tuo fratello, Lucas fa una smorfia da purga e si sforza di dire cose come quelle che seguono, ovvero:
– Compagni, la questione mai si porrà
a scrittori che intendano e vivano la propria missione come polene di prua, sporte sulla rotta della nave, a ricevere tutto il vento e il sale dei marosi. Punto. E non si porrà

perché essere scrittore poeta romanziere narratore

vale a dire affabulante, immaginante, delirante, mitopoietico, oracolo o chiamatelo ics,
significa in primissimo luogo
che il linguaggio è, come sempre, un mezzo
ma questo mezzo è piú che un mezzo,
è come minimo tre quarti.

Riassumendo due tomi e un’appendice,
quello che voi chiedete

allo scrittore poeta narratore romanziere

è che rinunci a progredire
e si sieda hic et nunc (traduca, López!)
affinché il suo messaggio non oltrepassi
le sfere semantiche, sintattiche,
conoscitive, parametriche
dell’uomo comune. Ehm.
Detto in altri termini, che si astenga
dall’esplorare oltre l’esplorato,
o che esplori spiegando l’esplorato
affinché ogni esplorazione si integri
alle esplorazioni compiute.
Vi dirò in confidenza
che magari si potesse
nella corsa il calesse
frenarlo mentre si avanza. (Questa mi è venuta bene).
Esistono tuttavia leggi scientifiche che negano
la possibilità di tale contraddittorio sforzo,
e c’è un’altra cosa, semplice e grave:
non si conoscono limiti all’immaginazione
se non quelli del verbo;
linguaggio e invenzione sono nemici fraterni
e da tale lotta nasce la letteratura,
il dialettico incontro della musa con lo scriba,
l’indicibile in cerca della sua parola,
la parola che si nega a dirlo
finché non le tiriamo il collo
e lo scriba e la musa si conciliano
in quel raro istante che piú tardi
chiameremo Vallejos o Majakovskij.

Segue un silenzio piuttosto cavernoso.
– D’accordo, – dice qualcuno, – ma di fronte alla congiuntura storica lo scrittore e l’artista che non siano mera Torredavorio hanno il dovere, senti, di lanciare il loro messaggio a un livello di massima ricezione. Applausi.
– Ho sempre pensato – osserva modestamente Lucas, – che gli scrittori cui lei alludeva fossero la maggioranza, ragion per cui mi sorprende questa ostinazione nel voler trasformare una maggioranza in unanimità. Di che cazzo avete tanta paura? E a chi se non ai rancorosi e agli sfiduciati possono dar fastidio le esperienze diciamo estreme e pertanto difficili (difficili, in primo luogo per lo scrittore, e solo poi per il pubblico, è il caso di sottolinearlo) quando è ovvio che pochi soltanto le portano a termine? Non sarà, amico mio, che per certa gente tutto quello che non è immediatamente chiaro è colpevolmente oscuro? Non ci sarà una segreta e talvolta sinistra necessità di uniformare la scala di valori per poter sollevare la testa dalle onde? Dio buono, quante domande.
– C’è una sola risposta, – dice un convenuto, – ed è la seguente: la chiarezza suole essere difficile da raggiungere, per cui la difficoltà tende ad essere uno stratagemma per dissimulare quanto sia difficile essere facile. (Ovazione ritardata).
– E andremo avanti cosí anni e anni, – geme Lucas
e ritorneremo sempre al punto di partenza,
poiché questo è un problema
minato d’inganni. (Debole approvazione).
Perché nessuno potrà, salvo il poeta e solo a volte,
entrare nella palestra della pagina bianca
dove tutto si gioca nel mistero
di leggi ignorate, sempre che siano leggi,
di copule strane fra ritmo e senso,
di ultime Tuli a metà della strofa o del racconto.
Mai potremo difenderci
perché nulla sappiamo di questo vago sapere,
di questa fatalità che ci conduce
a nuotare al di sotto delle cose, ad aggrapparci a un avverbio
che ci apre un ritmo, cento nuove isole,
bucanieri di Remington o di stilografica
all’assalto di verbi o di proposizioni semplici
o a ricevere in piena faccia il vento
di un sostantivo che contiene un’aquila.
– Ossia, per semplificare, – conclude Lucas stufo quanto i suoi compagni, – io propongo, diciamo, un patto.
– Niente mediazioni, – ringhia il solito in questi casi.
– Un patto, semplicemente. Per voi, il primum vivere, deinde filosofare si radica a fondo nel vivere storico, il che va benissimo e magari è l’unico modo per preparare il terreno al filosofare e all’affabulare e al poetare del futuro. Ma io aspiro a sopprimere la divergenza che ci affligge, e perciò il patto consiste nel far sí che voi e noi abbandoniamo contemporaneamente le nostre conquiste píú estreme affinché il contatto col prossimo raggiunga la sua massima estensione. Se noi rinunciamo alla creazione verbale nella sua forma piú vertiginosa e rarefatta, voi rinunciate alla scienza e alla tecnologia nelle loro forme altrettanto vertiginose e rarefatte, come i cervelli elettronici e gli aerei a reazione. Se ci vietate il progresso poetico, perché dovreste usufruire indisturbati del progresso scientifico?
– È completamente fuori di testa, – dice uno con gli occhiali.
– Naturalmente, – concede Lucas, – però non immaginate quanto mi diverta. Andiamo, accettate. Noi scriviamo in modo piú semplice (si fa per dire, perché di fatto non potremo), e voi eliminate la televisione (cosa che nemmeno potrete), Noi ci orientiamo verso la comunicazione diretta, e voi la smettere con le auto e i trattori e riprendete la zappa per piantar patate. Vi rendete conto di che cosa significherebbe questo doppio ritorno alla semplicítà, a quello che tutti quanti capiscono, alla comunione senza intermediari con la natura?
– Propongo il defenestramento immediato previa unanimità, – dice un compagno che ha optato per crepare dal ridere.
– Voto contro, – dice Lucas, che è già alle prese con la birra che arriva provvidenziale in questi casi.

La disarmonia delle sfere giugno 21, 2010

Posted by maxviel in Il linguaggio musicale, la musica contemporanea.
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Ritorno dopo ben due anni a questo blog, con la speranza di non abbandonarlo di nuovo al suo destino! Non subito, almeno…

L’occasione è la promozione del Laboratorio d’ascolto… è il sesto dal 2010 (ed ultimo prima della pausa estiva dal 2010) e consiste in un incontro informale per non esperti di musica (organizzato da Sincronie, O’ e Die Schachtel), dedicato soprattutto ad allenare il “muscolo dell’ascolto” con brani e materiali spesso inusuali. Il tema sviluppato questa volta consiste nel declinare il tema generale del rapporto tra musica e ambiente con uno dei massimi ambienti pensabili: l’universo.

L’idea di un legame tra la musica e il cielo è antico almeno quanto la filosofia di Pitagora ed è sopravvissuta con Platone e Cicerone attraverso la cultura medioevale, fino a quella attuale, tanto che ancora oggi si vagheggia di una inaudibile “musica delle sfere”, pura e incontaminata dalle bruttezze e imperfezioni della vita quotidiana.

Ma orecchie elettromagnetiche tese verso l’infinito hanno rivelato ben altra realtà: l’universo captato dai radiotelescopi pullula di rumori, fischi e ruggiti, testimoni delle tremende forze creative e distruttive che operano nel cosmo. A partire dal “rumore di fondo” generato dal BigBang, ai suoni e click delle Pulsar, delle esplosioni di raggi Gamma (no non quelli di Mazinga) o dei “cori” emessi dai campi magnetici planetari, come quello terrestre, l’universo, silenzioso quando non vi è atmosfera, risuona e ribolle nel campo elettromagnetico, che noi possiamo tradurre in suono con un normale altoparlante.

Niente da stupirsi se vi sono artisti che non solo si sono ispirati alle stelle, ma hanno utilizzato i materiali captati dai radiotelescopi in album e performances, come la antesignana e un po’ vittima della newage  Fiorella Terenzi al duo Radioqualia, dei quali abbiamo ospitato Honor Harger nell’edizione di Sincronie 2009 (qui una sua intervista per Digimag) e al loro progetto Radioastronomy .

L’incontro si svolgerà giovedì 24 giugno alle ore ore 19.15 presso O’, via Pastrengo, 12 Milano e ascolteremo materiali dall’archivio NASA, dai NASA Voyager Recordings, da Music of the Magnetosphere e altri.

Andrea Frova e la musica (1) – Quale musica? luglio 29, 2008

Posted by maxviel in Il linguaggio musicale, Recensioni.
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Ho comperato il libro di Andrea Frova “Armonia celeste e dodecafonia” qualche mese fa, ma non ho mai avuto il tempo di leggerlo. E’ vero però che sfogliandolo spesso mi capitavano sotto gli occhi frammenti di frasi che da un lato sembravano affrontare problemi classici o comunque importanti sul “senso della musica”, ma dall’altro intervenivano nel dibattito in un modo che non condividevo quasi mai. D’altra parte tantissime volte ho dovuto affrontare con amici o meno le questioni sulla “musicalità” della musica contemporanea, sul rapporto tra qualità e successo popolare o sulla relazione tra musica, natura e scienza. Per questo motivo ho deciso di approfittare della lettura di questo libro per sviluppare in modo “ufficiale” la mia posizione su questi argomenti, a costo di fare pubblicità gratuita a Frova.

Inauguro quindi con questo post una serie di commenti che seguiranno le mie impressioni durante la lettura. Prometto che cercherò il più possibile di estrarre dal libro delle tematiche il più possibile generali e interessanti anche per chi non stia leggendo il libro “in parallelo”. Cercherò qui di minimizzare ironie e sberleffi sia perchè non servono a niente (se non a sentirsi più furbi degli altri), sia per cercare di instaurare con il libro un dialogo costruttivo, razionale e pacato, come dovrebbe avvenire in un dibattito scientifico (e come raramente avviene).

Dico questo perché non sono certo privo di pregiudizi, in genere e sul libro di Frova. Non che ci sia niente di male nell’avere pregiudizi (da un punto di vista cognitivo è praticamente inevitabile): l’importante è rendersene conto ed essere in grado di cambiarli all’occorrenza.
Quello che non mi piace nel libro di Frova è una certa spocchia, quella del riduzionista, cioè di quella persona che crede solo a ciò che vede, senza preoccuparsi di controllare se è cieca. Il riduzionismo certo è fondamentale nella scienza, ma l’applicare le condizioni della conoscenza scientifica alle condizioni della conoscenza in generale si chiama scientismo, che come tutti gli -ismi è una irragionevole (anzi irrazionale) estensione di principi locali a contesti universali.
Inoltre non ho mai avuto simpatia per il CICAP… non so se Frova ne faccia parte, certo è che lo stile è un po’ quello, cioè una certa arroganza gesuitica di chi detiene la chiave dell’universo ed è poco disposto a instaurare un dialogo con le controparti se non dettandone le condizioni. Bene la chiudo qui sui pregiudizi e passo a leggere e commentare il libro.

Il primo impatto con il libro è piuttosto deprimente perchè quasi a ogni frase avrei qualcosa da ridire e probabilmente non riuscirò a godermi lunghi momenti di lettura senza dovermi mettere alla tastiera. Sì lo so, con questa “tecnica” mi perderò forse la visione d’insieme dell’opera… ma forse no.
Salto comunque le due prefazioni, di Roman Vlad e del fisico Giorgio Parisi, che mi leggerò più in là.

Non volevo commentare l’Introduzione, perché tratta argomenti generali poi approfonditi durante il libro, ma qualcosa attrae subito la mia attenzione. In realtà ho barato, perché sbirciando l’introduzione di Vlad, ho letto la frase con cui inizia:”la musica si trova in una situazione drammatica”. Eppure io non ho mai visto tante persone ascoltare musica come in questi ultimi anni. La gente, giovani e anche meno giovani, ascolta musica in continuazione: camminando, mangiando, sull’autobus, sonnecchiando. Sì certo, le etichette discografiche sono in crisi, ma confondere le etichette con la musica è come confondere il latte con la Parmalat. Quindi?
Frova insiste: “secondo il direttore d’orchestra Yurij Temirkhanov la musica odierna non rispetta l’uomo odierno”. Ah no? Chissà cosa vorrà dire… eppure l’uomo odierno vive circondato di musica, musica che lui stesso cerca, ma quale musica? Ecco che allora tutto si spiega, perché l’autore ci fa capire in più punti che tutto il suo discorso si riferisce alla musica “seria” (il virgolettato è suo, per fortuna). Verrebbe da dire che prendersela con la musica contemporanea e ancora di più con la musica dodecafonica (che in Frova ne diventa il… capro espiatorio) è un po’ come prendersela con la croce rossa. Lo stesso d’altro canto varrebbe anche con la musica “seria” dei tempi passati (quella che popolarmente e purtroppo anche ufficialmente viene detta “musica classica”), la quale oggi viene ascoltata solo da una nicchia di persone economicamente irrilevante. Certamente sarebbe più scientifico fare un discorso generale sulla musica, prendendola tutta questa musica! Allora il nostro sarebbe costretto ad affrontare elementi contraddittori, come il rumore, la mancanza di pulsazione, la dissoluzione della forma, tutti elementi che sono presenti sì nella musica contemporanea, ma anche in generi decisamente più diffusi, come il Grind, il Noise, lo Speedcore, la Drone Ambient e la Techno Industriale, tra i tanti. Verrebbe quindi voglia di invalidare l’intero libro proprio perchè le sue argomentazioni sulla musica di oggi semplicemente prendono un campione non sufficientemente significativo da permettere di impostare un discorso valido. Naturalmente non sarebbe giusto, almeno perché il libro ci darà sicuramente modo di approfondire tanti temi.

E’ dura scrivere di queste cose su un blog, perché la scrittura su internet (per non parlare della mia capacità di sintesi) impedisce spesso di fare discorsi ampi. Bisognerebbe capire a quale tradizione critica si rifanno Vlad e Frova quando parlano di musica seria, perchè certo questa mistificazione esiste da sempre e non certo solo a partire da Adorno, che comunque ne ha dato una legittimazione filosofica.
Concludo questo post con un testo di Frank Zappa, che con la verve iconoclastica che lo contraddistingue pone a suo modo il problema del diritto che ha la musica seria (un concetto inventato sicuramente da chi la fa o la scolta, questa musica “seria”) di rappresentare la musica tout court.

Vorrei spiegarvi un po’ cos’è la musica seria. Quella che la maggior parte della gente definisce musica seria, in effetti, non è affatto seria. E’ stata fatta molta propaganda della musica classica sin da quando è stata inventata. Esaminiamo brevemente la storia della musica classica: quelli che oggi definiamo “i grandi capolavori della musica” furono composti per soddisfare i gusti dei sovrani, della Chiesa o dei dittatori, in quanto erano loro che pagavano. Se un compositore era dotato di uno stile che piaceva a quelli che all’epoca pagavano, ecco che aveva successo. Faceva successo, lavorava, insomma sopravviveva. Se non piaceva a quelle persone, era finito, gli tagliavano le dita, o la testa, oppure lo mandavano in esilio: non c’erano molte vie di mezzo. Basta consultare un testo intitolato World Dictionary of Music and Musicians. Vedrete che nel corso dei secoli ci sono stati compositori che hanno avuto successo e altri che non ne hanno avuto. Ma ciò che non è necessariamente legato alla qualità del loro lavoro, ma piuttosto alla loro capacità o meno di incontrare i gusti del committente. Ed oggi è la stessa cosa. Quindi tutte le norme, le norme accettabili della musica classica non sono altro che le norme del gusto della Chiesa, dei sovrani o dei dittatori che nel corso dei secoli hanno pagato le composizioni musicali. Non riflettono quindi i gusti della gente, la quale non aveva alcun potere decisionale.
Voi affermate che a me interessa la musica seria. In effetti, io prendo il mio lavoro molto sul serio ma lo considero come entertainment, ed è entertainment per coloro cui piace quel tipo di entertainment. Io non compongo per i re, per la Chiesa o per i governi, ma per i miei amici ed è così che vorrei che si percepisse il mio lavoro: come entertainment. Che sia scritto per band di rock’n’roll o altro, non fa differenza. E’ la stessa gente che ascolta quella musica. Ho fatto diversi album per orchestra, che però non vengono acquistati da quelli che vanno a sentire i concerti di musica sinfonica, ma dalla stessa gente che compra il rock’n’roll. Magari una categoria particolare di quelli che ascoltano rock’n roll…

La reversibilità del blues ovvero Elvis Presley vs. Elio e le storie tese aprile 18, 2008

Posted by maxviel in Il linguaggio musicale.
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Colgo l’occasione dell’uscita dell’ultimo album di Elio e le storie tese, “Studentessi”, per fare un paio di brevi considerazioni un po’ esoteriche sul linguaggio musicale. Nell’album in questione infatti il “simpatico complessino” ha preso un famosissimo brano di Elvis, “Suspicious mind”, e lo ha rivoltato in modo che suonasse al contrario, proprio come in quella oscura e presunta pratica che ci permette di sentire messaggi satanici nei piu’ “innocenti” brani rock. La nuova traccia è quindi servita come guida per produrre “Ignudi fra i nudisti”, che come nell’originale tratta di faticosi rapporti di coppia e risulta quindi essere una specie di cover all’incontrario! Provare per credere: qui potete ascoltare il brano di Elvis all’incontrario.

Tralascio tutti i commenti sulla perizia di Elio e amici o sul successo dell’operazione, pensate solo che persino il “dobbiamo decidere” alla fine della prima strofa assomiglia molto all’originale “ah, don’t you know” detto all’incontrario! Quello che invece mi interessa è capire se un brano scritto in un certo linguaggio musicale riesce ancora ad esprimerlo una volta suonato all’incontrario, come sembrano dire i ragazzi sempre nello stesso disco a proposito del Death Metal in “Suicidio a sorpresa”.

Sono tante le caratteristiche che definiscono il linguaggio tonale (quello che definisce la musica occidentale degli ultimi 400 anni) e lo fanno a tanti livelli: dalla scelta delle note in una melodia o negli accordi, alla organizzazione della battuta e delle durate, alla coerenza timbrica (il fatto cioè che una linea melodica viene realizzata da una stessa timbrica fino, per cosi’ dire, alla sua fine), alla stessa organizzazione di brani e forme musicali. Una cosa rimane però fondamentale, anche se non sufficiente a definire tutta la complessità della tonalità, ed è la direzione temporale che, come un oggetto lasciato cadere viene per cosi’ dire attratto dal centro di gravità verso il pavimento, conduce il brano attraverso le sue peregrinazioni armoniche verso la tonica, in un movimento che viene massimamente espresso dalle armonie in successione di sottodominante, dominante e tonica (IV-V-I), detta anche cadenza composta.

Se suoniamo all’incontrario questa cadenza (che diventa così I-V-IV) la gravità non sarà più esattamente la stessa, cosi’ come se proiettiamo un video in direzione retrograda, cioè dalla fine all’inizio, una persona che si muove sara’ sempre un essere umano ma i suoi movimenti non saranno perfettamete riproducibili, come ben sanno gli autori di film di kung-fu quando simulano fantastiche abilità di salto girando all’incontrario dei normalissimi salti.

Il linguaggio musicale, come tutto il resto, non è quindi normalmente reversibile… ha cioè una direzione che può essere invertita solo con il risultato della propria distruzione, più o meno drammatica. Ma qui interviene il blues. E’ infatti da questo genere che si sviluppa la consuetudine di invertire la cadenza composta, che si è espansa fino a essere presente in tutta la vastità dei sottogeneri del pop. Questo è il tributo che la musica di massa paga in quasi ogni brano al blues e quindi alle sue visionarie origini.

Anche il brano di Elvis, “Suspicious mind”, non è da meno e presenta una delle infinite varianti del giro di blues: la sua strofa si può riassumere con I-IV-V-IV-I. Se proviamo a suonare al contrario la precedente serie di accordi, anche chi non si intende di armonia può immaginare che il risultato sarà identico all’originale e dunque siamo di fronte a un palindromo armonico. Ecco dunque che ancora una volta i nostri illusionisti fanno la magia: prendono un brano, lo girano.. et voilà: la musica è ancora la stessa e il linguaggio tonale è salvo ancora una volta!
Oppure no.