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La sala vuota gennaio 13, 2011

Posted by maxviel in Il linguaggio musicale, Il musicista, la musica contemporanea.
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L’8 gennaio 2011 è uscito sulla Repubblica un articolo di Alex Ross (autore di “Il resto è rumore”, Bompiani, buon libro di carattere divulgativo sulla musica del Novecento) che pone ancora una volta il problema del rapporto tra musica contemporanea e pubblico e del perché la diffusione degli esiti più sperimentali della musica del secolo scorso non abbia seguito il destino di “popolarizzazione” di cui invece hanno “goduto” altre arti altrettanto sperimentali e in particolar modo la pittura.
L’articolo a cui è seguito una risposta di Alessandro Baricco si trova a questo link, in cui articolo originale e risposta vengono brutalmente accostati in modo da non capire dove finisce uno (presumibilmente con i crediti di traduzione) e dove inizia l’altro.

Il problema è certamente complesso e non è facile districarlo nelle poche righe di un post. E nemmeno ci provo a farlo. Piuttosto vorrei elencare alcuni punti che certamente entrano in qualche modo nella ricerca di una risposta a questo problema.

1) Ancora oggi e con l’aiuto di qualche numero, qualcuno (ad esempio il fisico -e tuttologo aggiungerei io- Andrea Frova) sostiene che la musica tonale (cioè il linguaggio in cui sono state scritte le musiche degli ultimi secoli e che l’avanguardia ha cercato di spodestare) è l’espressione della natura e che il sistema cognitivo umano è “cablato” per apprezzare maggiormente questo tipo di musica.
Non è davvero da prendere sul serio un’affermazione così ideologica da confinare con il razzismo più bieco. Il repertorio scritto con il linguaggio tonale è una piccola isola spazio-temporale nell’immenso mare della cultura umana e la diffusione attuale su tutto il pianeta del linguaggio tonale (così come viene espresso dal pop internazionale) a scapito delle culture locali deve a mio parere essere considerato alla luce dell’espansione egemonica della cultura americano-occidentale piuttosto che essere visto come una felice “ritorno” alle leggi della natura sonora da parte di orientali e africani.

2) Bisogna dare un senso non demagogico e populistico al concetto di “difficoltà dell’ascolto”, la quale è certamente presente in molta musica del Novecento contemporaneo, ma anche della musica tardoromantica e moderna, per non parlare di buona parte della musica antica. Possiamo veramente dire che il canto gregoriano è musica di facile ascolto? E poi ciò che noi oggi riteniamo facile (qualunque cosa ciò voglia dire) sarà stato facile anche per i contemporanei di chi ha scritto questi brani? Ad esempio sappiamo che i contemporanei di J.S.Bach non ritenevano certo facile e dilettevole la sua musica. Inoltre può succedere che un appassionato di Noise giapponese possa considerare la musica di Mozart estremamente difficile… e noiosa!

3) Forse dico un’eresia. Ma a volte ho l’impressione che la musica… cioè fare musica e ascoltare musica abbia un tale effetto incantatorio che musicisti e ascoltatori, inondati da endorfine, finiscono per accontentarsi come la scimmia dell’esperimento di Delgado di schiacciare sempre e solo il pulsante del piacere. E alla fine non si interessino di altro, se non quando vi sono messi brutalmente contro.
Così mi sembra che molti musicisti, oggi come ieri, siano tra tutte le tipologie di artisti quelli meno interessati alla realtà che li circonda e più chiusi in un mondo di musiche rassicuranti, di pratiche ossessive legate magari alla manualità dello strumento. Da questo punto di vista non ha torto Ross a sostenere che la musica cosiddetta classica è diventata l’espressione pacificante e nostalgica di un mondo sicuro e conosciuto, cosa ben diversa da quello che essa rappresentava per i suoi contemporanei.
Le conseguenze sono ovvie e valgono per la musica cosiddetta d’avanguardia, ma anche per quella classica.
Mi è capitato più volte di parlare con musicisti anche affermati nell’ambito della performance di musica classica che, pressati sul fatto che anche questa è in estinzione proprio grazie all’atteggiamento dei musicisti stessi, mi hanno risposto: “Beh allora pazienza!”. Quod Era Demonstrandum.

4) Baricco, tanto per cambiare deve diffondere il suo superficialismo demagogico, sostenendo che Boulez non ha nulla a che fare con Brahms. Ovviamente è storicamente e musicologicamente una sciocchezza. Ma curiosamente altri musicisti hanno accolto la sfida del tempo. Musicisti che non si connettono direttamente alla tradizione della musica scritta, poiché lavorano quasi interamente con la musica elettronica oppure musicisti che provengono da tradizioni parallele, come la musica concreta o il rock (industriale, noise, post-) o la techno. Questi musicisti non hanno un pubblico di massa, perché la loro musica non aderisce ai canoni della musica di massa. Eppure hanno un seguito. Sono tanti, usano linguaggi e tecniche molto diverse tra loro e hanno voglia di portare avanti lo sviluppo della sensibilità musicale, anche a costo di scoprire (a volte) l’acqua calda.
Il percorso della musica non finisce con la musica classica, né con la musica contemporanea, né con il pop. Spesso è proprio per il nostro ragionare per compartimenti, per scatole chiuse che non vediamo quello che succede anche se è davanti al nostro naso. È un errore che fa Frova nella sua critica scientista del linguaggio musicale, lo fa Baricco quando indica il minimalismo americano (e milanese) il futuro della musica e lo fa anche Ross quando limita la sua analisi al pubblico “stagionato” e un po’ conservatore dei Proms di Londra.

Flusso di incoscienza settembre 4, 2010

Posted by maxviel in Il musicista, la musica contemporanea, Pinzillacchere.
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Sto leggendo un libro sulla comunicazione sonora dei cetacei.
È “Thousand Mile Song” di quel David Rothenberg che ha scritto il bel libro tradotto anche in italiano sul canto degli uccelli, “Perché gli uccelli cantano” e che a quanto pare si è lanciato definitivamente nel (peraltro interessante) mondo della zoomusicologia.
Non voglio però qui mettermi commentare il libro o approfondire le mie perplessità su quanti sembrano smaniare di suonare insieme agli animali, siano essi uccelli o balene, con una foga e un’ingenuità veramente incredibili.

Mi ha invece colpito un episodio raccontato da Rothemberg che trovo indicativo sulla retorica in voga (ahimè) a tutti i livelli sull’espressione musicale.
In sostanza in una conversazione con l’autore George Crumb, che ha scritto tra l’altro un brano dedicato al canto delle balene (Vox Balenae) esprime una contrapposizione tra la propria musica, a sua detta antiaccademica, emozionale e “sexy” e quella dei compositori del XX secolo a partire da Schoenberg fino a, immagino io, Boulez e Stockhausen, autori di una musica fredda, senza emozioni, astratta e intellettualistica.
Fin qua nulla di nuovo, se non la tristezza di sentire quello che dovrebbe essere un esperto del suo campo usare una retorica da profano.

Ma naturalmente la nemesi è dietro l’angolo, come sempre quando si gioca con il fuoco, e cioè in questo caso quando il membro di un’elite vuole strizzare l’occhio alla massa.
Paul Winter, un sassofonista jazz che ha spesso utilizzato nei suoi brani i suoni degli animali in un’intervista sempre con Rothemberg dichiara che la sua musica viene fatta con il cuore e non con la fredda mente, come quella di Crumb.
Siamo a posto: cosa sono questa mente e questo cuore con cui si dovrebbe scrivere e suonare la musica?
Apparentemente non sono niente più che dei segnaposti spostabili all’occorrenza con cui organizzare una comunicazione (un’autocomunicazione) di comodo quando non si ha pressoché nulla da dire.

Ahimè, chiude il cerchio, anzi la linea (apparentemente una progressione infinita) il compositore Karlheinz Stockhausen, il quale, pur additato da Crumb come intellettuale e astratto, ha sempre utilizzato la parola “intellettuale” come un insulto per gli altri, compositori freddi e dominati da una creatività fondata su stimoli extramusicali.

Siamo veramente di fronte a un “trenino” dell’intellettualismo, dove le uniche cose certe sono la volontà di non far parte del club in cui si è inclusi e il fatto che non c’è intelletto, creatività, cultura che tenga: siamo tutti parte di un avvolgente blob retorico, trascinati dall’impetuosa corrente della cultura di massa e isolare qualche verità, qualche sincera obiettività è un’impresa titanica.

Un tal Cortazar e l’arte contemporanea luglio 6, 2010

Posted by maxviel in Il linguaggio musicale, Il musicista, la musica contemporanea, Musica e politica.
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Ecco come il grande scrittore Julio Cortazar risponde con la consueta intelligenza e autoironia, al problema vecchio ormai di 100 anni se un artista debba seguire i gusti di una maggioranza oppure no.

da “Un tal Lucas” (1979)

LUCAS, LE SUE DISCUSSIONI DI PARTITO

Incomincia quasi sempre allo stesso modo, notevole accordo politico su un mare di questioni e grande fiducia reciproca, ma a un certo punto i militanti non letterati si rivolgeranno amabilmente ai militanti letterati e porranno loro per l’arciennesima volta la questione del messaggio, del contenuto intelligibile per il maggior numero di lettori (o di uditori, o di spettatori, ma soprattutto di lettori, oh sì).
In questi casi Lucas tendenzialmeiite tace, visto che i suoi libelli parlano estesamente in sua vece, ma siccome talvolta lo aggrediscono in modo piú o meno fraterno, ed è risaputo che non c’è peggior critica di quella di tuo fratello, Lucas fa una smorfia da purga e si sforza di dire cose come quelle che seguono, ovvero:
– Compagni, la questione mai si porrà
a scrittori che intendano e vivano la propria missione come polene di prua, sporte sulla rotta della nave, a ricevere tutto il vento e il sale dei marosi. Punto. E non si porrà

perché essere scrittore poeta romanziere narratore

vale a dire affabulante, immaginante, delirante, mitopoietico, oracolo o chiamatelo ics,
significa in primissimo luogo
che il linguaggio è, come sempre, un mezzo
ma questo mezzo è piú che un mezzo,
è come minimo tre quarti.

Riassumendo due tomi e un’appendice,
quello che voi chiedete

allo scrittore poeta narratore romanziere

è che rinunci a progredire
e si sieda hic et nunc (traduca, López!)
affinché il suo messaggio non oltrepassi
le sfere semantiche, sintattiche,
conoscitive, parametriche
dell’uomo comune. Ehm.
Detto in altri termini, che si astenga
dall’esplorare oltre l’esplorato,
o che esplori spiegando l’esplorato
affinché ogni esplorazione si integri
alle esplorazioni compiute.
Vi dirò in confidenza
che magari si potesse
nella corsa il calesse
frenarlo mentre si avanza. (Questa mi è venuta bene).
Esistono tuttavia leggi scientifiche che negano
la possibilità di tale contraddittorio sforzo,
e c’è un’altra cosa, semplice e grave:
non si conoscono limiti all’immaginazione
se non quelli del verbo;
linguaggio e invenzione sono nemici fraterni
e da tale lotta nasce la letteratura,
il dialettico incontro della musa con lo scriba,
l’indicibile in cerca della sua parola,
la parola che si nega a dirlo
finché non le tiriamo il collo
e lo scriba e la musa si conciliano
in quel raro istante che piú tardi
chiameremo Vallejos o Majakovskij.

Segue un silenzio piuttosto cavernoso.
– D’accordo, – dice qualcuno, – ma di fronte alla congiuntura storica lo scrittore e l’artista che non siano mera Torredavorio hanno il dovere, senti, di lanciare il loro messaggio a un livello di massima ricezione. Applausi.
– Ho sempre pensato – osserva modestamente Lucas, – che gli scrittori cui lei alludeva fossero la maggioranza, ragion per cui mi sorprende questa ostinazione nel voler trasformare una maggioranza in unanimità. Di che cazzo avete tanta paura? E a chi se non ai rancorosi e agli sfiduciati possono dar fastidio le esperienze diciamo estreme e pertanto difficili (difficili, in primo luogo per lo scrittore, e solo poi per il pubblico, è il caso di sottolinearlo) quando è ovvio che pochi soltanto le portano a termine? Non sarà, amico mio, che per certa gente tutto quello che non è immediatamente chiaro è colpevolmente oscuro? Non ci sarà una segreta e talvolta sinistra necessità di uniformare la scala di valori per poter sollevare la testa dalle onde? Dio buono, quante domande.
– C’è una sola risposta, – dice un convenuto, – ed è la seguente: la chiarezza suole essere difficile da raggiungere, per cui la difficoltà tende ad essere uno stratagemma per dissimulare quanto sia difficile essere facile. (Ovazione ritardata).
– E andremo avanti cosí anni e anni, – geme Lucas
e ritorneremo sempre al punto di partenza,
poiché questo è un problema
minato d’inganni. (Debole approvazione).
Perché nessuno potrà, salvo il poeta e solo a volte,
entrare nella palestra della pagina bianca
dove tutto si gioca nel mistero
di leggi ignorate, sempre che siano leggi,
di copule strane fra ritmo e senso,
di ultime Tuli a metà della strofa o del racconto.
Mai potremo difenderci
perché nulla sappiamo di questo vago sapere,
di questa fatalità che ci conduce
a nuotare al di sotto delle cose, ad aggrapparci a un avverbio
che ci apre un ritmo, cento nuove isole,
bucanieri di Remington o di stilografica
all’assalto di verbi o di proposizioni semplici
o a ricevere in piena faccia il vento
di un sostantivo che contiene un’aquila.
– Ossia, per semplificare, – conclude Lucas stufo quanto i suoi compagni, – io propongo, diciamo, un patto.
– Niente mediazioni, – ringhia il solito in questi casi.
– Un patto, semplicemente. Per voi, il primum vivere, deinde filosofare si radica a fondo nel vivere storico, il che va benissimo e magari è l’unico modo per preparare il terreno al filosofare e all’affabulare e al poetare del futuro. Ma io aspiro a sopprimere la divergenza che ci affligge, e perciò il patto consiste nel far sí che voi e noi abbandoniamo contemporaneamente le nostre conquiste píú estreme affinché il contatto col prossimo raggiunga la sua massima estensione. Se noi rinunciamo alla creazione verbale nella sua forma piú vertiginosa e rarefatta, voi rinunciate alla scienza e alla tecnologia nelle loro forme altrettanto vertiginose e rarefatte, come i cervelli elettronici e gli aerei a reazione. Se ci vietate il progresso poetico, perché dovreste usufruire indisturbati del progresso scientifico?
– È completamente fuori di testa, – dice uno con gli occhiali.
– Naturalmente, – concede Lucas, – però non immaginate quanto mi diverta. Andiamo, accettate. Noi scriviamo in modo piú semplice (si fa per dire, perché di fatto non potremo), e voi eliminate la televisione (cosa che nemmeno potrete), Noi ci orientiamo verso la comunicazione diretta, e voi la smettere con le auto e i trattori e riprendete la zappa per piantar patate. Vi rendete conto di che cosa significherebbe questo doppio ritorno alla semplicítà, a quello che tutti quanti capiscono, alla comunione senza intermediari con la natura?
– Propongo il defenestramento immediato previa unanimità, – dice un compagno che ha optato per crepare dal ridere.
– Voto contro, – dice Lucas, che è già alle prese con la birra che arriva provvidenziale in questi casi.

La trasformazione del gusto musicale luglio 5, 2010

Posted by maxviel in Il musicista, la musica contemporanea, Musica e politica.
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Bisogna scrivere musica che piaccia al pubblico?
Bisogna scrivere musica senza interessarsi dei gusti della gente?

Sono questioni che, ahimè, vanno abbastanza di moda e che spesso sono trattate con una soprendente superficialità, anche, e lo dico con grande rammarico, da chi si occupa di musica per professione e magari la insegna in Conservatorio.

Non sarò certo io a dare qui una soluzione al problema, che in verità per me è un falso problema. Sicuramente c’è una tensione quasi irrisolvibile tra musica d’arte e musica commerciale, spesso anche all’interno di uno stesso artista. E il problema non è certo nato con la cultura di massa e la monetizzazione dei valori esistenziali. Chi in passato scriveva su committenza non poteva certo permettersi il lusso di affrontare questo dilemma, se non con il rischio “mozartiano” di farsi cacciare con un calcio nel sedere.

La natura del blog mi impedisce di scrivere lunghi testi e quindi (con un sospiro di sollievo da parte di tutti) mi vedo costretto ad affrontare l’argomento diluendolo nei prossimi post, ma anche in quelli passati.
Qui mi limiterò a sottolineare un fatto che è semplicemente ignorato da tutti, sia da chi difende la musica contemporanea in toto o in parte, sia e soprattutto da chi la attacca in un debole tentativo di caccia alle streghe.

Sempre più spesso infatti sento dire che la colpa dell’attuale divario tra gusti del pubblico e gusti dei compositori di tradizione classica (quella cosiddetta “contemporanea”) è stato causato da una sorta di hybris, di delirio di onnipotenza dei musicisti d’avanguardia che hanno scelto di ignorare quando veniva richiesto da un pubblico desideroso di nuova e gradevole (almeno per lui) musica.
La frattura viene in genere fatta risalire alla nascita delle avanguardie storiche e quindi diciamo verso gli anni Venti. Certo è che sul tavolo di imputazione stanno sempre quei compositori che negli anni ’20 erano bebè e che hanno iniziato la carriera musicale negli anni ’50. E sono sempre i “soliti noti”: Stockhausen in primis, ma anche Boulez, Xenakis, Nono…

Ecco un primo dato che ci potrebbe aiutare a capire (e dopo 150 anni sarebbe davvero il caso) quanto è successo.
Sorpresa! La frattura tra pubblico e compositori è iniziata nel 1830 ed è giunta a un primo grande compimento circa 10 anni dopo, cioè ben prima che non solo la musica contemporanea, ma anche quella “atonale” in genere facesse la sua comparsa.
William Weber infatti, nel suo libro “The Great Transformation of Musical Taste: Concert Programming from Haydn to Brahms” analizza centinaia di programmi di sala scoprendo che se ancora all’inzio degli anni 30 il 20% dei programmi di sala era riservato ai compositori del passato mentre il restante 80% era dedicato ai compositori contemporanei, solo 10 anni dopo le proporzioni erano invertite e destinate a rimanere tali per lungo tempo, cioè per più di un secolo fino allo scenario attuale in cui i compositori contemporanei non sono semplicemnte presenti nella gran parte dei programmi di concerto.

La trasformazione è rapida e incredibile! Cosa può essere mai successo da spostare l’attenzione del grande pubblico dal presente al passato?
Non lo so.. ma certo la riscoperta di J.S.Bach e della partitura della sua Passione secondo S.Matteo da parte di F.Mendelssohn deve avere dato un grande contributo.
In effetti il “lancio mediatico” ante-litteram con la conseguente grande attenzione di pubblico e critica all’esecuzione della Passione sotto la direzione di Mendelssohn nel 1829 fu quasi il lancio di un compositore “nuovo”, dato che fino ad allora Bach era poco conosciuto dal grande pubblico. Un compositore che però era nato 150 prima!
Da allora l’ago della bilancia si è spostato drasticamente e la frattura tra contemporaneità e passato, almeno nella musica, si era aperta ed era destinata ad allargarsi.

È dunque lecito accusare Bach (o Mendelssohn) del fatto che oggi Allevi viene inviato in Parlamento a rappresentare la cultura musicale, mentre di K.Stockhausen (tanto per parlare dei soliti) si ricorda solo che una volta ha dichiarato (ma è una ben dimostrata montatura giornalistica) che l’attentato dell’11 settembre è stato un gesto artistico?

Ovviamente no. E non perché la musica di Bach ci piace mentre invece quella di, mettiamo, Boulez invece no. Ma perché questa frattura si colloca in un periodo storico ineluttabile di trasformazione in tutte le arti, nelle scienze e nella tecnologia. E nella società. Non si tratta di rimpiangere un passato perduto, accusando istericamente il primo che passa, richiudendosi in un sogno ad occhi chiusi (salvo poi lamentarsi che la realtà non gli corrisponde), ma di cercare di capire il presente senza ideologie e comode semplificazioni. E di andare avanti.

Giovanni Allevi ovvero il musico della porta accanto aprile 30, 2008

Posted by maxviel in Il musicista.
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Non voglio certo discutere delle abilità di Allevi come pianista o come compositore o almeno non lo voglio fare qui e adesso. Lo dico perchè a quanto pare l’argomento sembra essere scottante, dal momento che ogniqualvolta viene criticata la sua raffinatezza di scrittura sul forum di turno o magari viene paragonato (a ragione o a torto) a Clayderman e simili, subito una ridda di sostenitori infiammati si alza in difesa di questo “paladino della gente comune” e il musicofilo garbato, l’adolescente innamorata o la segretaria inviperita impugnano la penna, come forse mai avrebbero fatto per argomenti più solidi, per redarguire, istruire o insultare l’ingenuo che aveva dato inzio al “flame”. Persino la pagina dedicata a lui su Wikipedia sembra scritta da un fan!

In effetti, la capacità di Allevi sembra essere quella di incarnare il vicino di casa, il bravo ragazzo che ha studiato pianoforte ed è orgoglio della mamma, a cui, chissà come, è capitato, come nelle più rosee favole americane di diventare ricco e famoso e allo stesso tempo di rimanere quell’ingenuo e sorridente ragazzino acqua e sapone.

Va bene, non sarà cosi’ ricco… e neppure famoso, almeno fuori dell’italia. Però non è questo che conta: conta l’immagine con cui una persona si presenta ai concerti o nelle interviste, con cui viene promosso sui manifesti e sulle copertine. Non ci immaginiamo certo un Allevi muoversi con le lascive movenze di un Piero Pelù, oppure mai lo potremmo immaginare ubriaco fradicio, come invece potremmo ben fare con Vasco Rossi, nè sarebbe credibile con l’aria seria, professionale e un po’ radical chic di un Paolo Conte.

D’altra parte, possiamo considerare Allevi come l’erede di un altro artista della porta accanto e cioè quel Jovannotti che, guarda caso, fu il primo a a portarlo all’attenzione del grande pubblico e a pubblicargli il primo album.
Ma non c’e’ sovrapposizione: Jovannotti è un cantante e Allevi un pianista, mentre il primo sta virando il suo personaggio in una direzione più ieratica, come testimonia la sua attuale e profetica barba.

Niente paura (da parte mia, almeno)! Questo blog non si sta trasformando in una raccolta di gossip. Cerco solo di scovare alcuni meccanismi di produzione e comunicazione che nella cultura massmediatica hanno trasformato l’arte in commercio… travestito da arte.
Uno di questi meccanismi è certamente l’identificazione di un prodotto, cioè l’artista e non la sua musica, con una nicchia nell’immaginario (archetipico?) del pubblico di massa.

Giovanni Allevi è, come una figura dei tarocchi, il “musico della porta accanto”. Ma attenzione, perchè il publico di massa è cannibale e ama trasformare gli idoli buoni in idoli cattivi, perchè il vicino di successo è ammirevole solo fino a quando non diviene detestabile.
Sarà compito di Allevi e di chi lo consiglia su promozione e immagine gestire in un futuro non troppo lontano il rischio di abbandono da parte dei fans, con un bel cambio di immagine!
Io scommetterei sulla sua trasformazione in… “musico professionista”, figura che vedremo in uno dei prossimi post.

Il musico-sacerdote marzo 24, 2008

Posted by maxviel in Il musicista.
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Vorrei continuare a sviluppare il tema del precedente post, prendendo in considerazione più da vicino l’archetipo del musico-sacerdote.
Chiariamo innanzitutto: non si tratta di capire come è il musicista, ma come si presenta al pubblico. Le due cose sembrano coincidere in questa nostra società dello spettacolo (1), ma naturalmente non è così. Nel momento in cui un musicista si espone su una ribalta per venderci qualcosa, sia esso un CD o un biglietto di concerto, il modo in cui egli si presenta diventa parte, volente o nolente, di un processo di promozione e di marketing.

E’ quindi in questo che si differenzia la musica d’arte dalla musica di consumo, non tanto per la qualità in sè dell’oggetto artistico, quanto perchè esso da opera d’arte si trasforma in un “prodotto” da vendere, e quindi sottoposto a un pensiero che mira ad ottimizzarne il commercio, cioè il marketing.
A questo punto un principio fondamentale da seguire è il riconoscimento del marchio e il suo posizionamento, vale a dire l’indentificabilità del prodotto rispetto a uno sfondo e la scelta di una sua precisa fisionomia, che ben si adatti alle persone a cui vogliamo venderlo.
Qui nascono gli archetipi con tutte le loro varianti… beh, non so se è proprio corretto chiamarli archetipi, forse schemi percettivi sarebbe più giusto.

Eccoci dunque a uno schema percettivo, quello del musico-sacerdote.
Questo tipo di musicista si riconosce perchè sembra venire da un mondo lontano, portandoci buone novelle di pace. Ci sono varie declinazioni di questa figura, certo è che rimane un artista di nicchia, perchè oggi il fascino del diavolo è molto più forte di quella del santo, almeno dal punto di vista del’universo musicale.

Prendiamo un esempio che ho già fatto: Arvo Pärt. Probabilmente pochi di voi lo conosceranno, ma ha avuto la grande fortuna di scivolare inosservato dal pubblico della musica contemporanea a quello più generalista e numeroso, cioè il pubblico di massa.
Per fare questo ha dovuto subire una vera folgorazione sulla via di Damasco che ha testimoniato con il suo brano “Credo” del 1968 in cui oppone con sapienza pop sonorità dissonanti, che rappresentano a un tempo il diavolo tentatore e la musica del Novecento, ad un preludio bachiano, che invece rappresenta l’oggetto del suo “credo”.

Beh, ecco il musico-sacerdote: apparentemente schivo, sempre controllato e sereno, ride poco, si fa crescere la barba e utilizza linguaggi arcani, come il latino.. ma potrebbe essere anche arabo (arcano per il pubblico a cui si rivolge, ovviamente). E immancabilmente easy listening, perchè la cultura pop richiede una musica che possa essere messa in sottofondo… alla vita! La colonna sonora della nostra vita!

Beh vi nomino un altro rappresentanto di questa schiera… indovinate… Franco Battiato!
A voi viene in mente qualcun altro?

(1) Mi riferisco naturalmente alla ben nota analisi di Guy-Ernest Debord nell’omonimo libro.

Arvo Pärt in una foto promozionale ECM

se c’e’ la passione… marzo 8, 2008

Posted by maxviel in Il musicista.
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Spesso mi sono sentito dare questa risposta, da chi mi aveva chiesto che lavoro facessi dopo la mia laconica ed un po’ provocatoria risposta: “il musicista”.
Credo di non essere l’unico ad essersi imbattuto in un commento del genere sulla professione di musicista, nè di essere il solo ad aver percepito in esso un misto di ammirazione e disprezzo.
Ammirazione, perchè la passione appare in questa semplice frase come l’espressione di un miraggio, anzi di un paradiso perduto dall’odierno impiegato o professionista, il quale ben sa che niente viene dato in cambio di niente e che un buon tenore di vita vale la candela di una vita senza grandi emozioni, senza passione.
Quindi invidia, ma soprattutto disprezzo, perchè chi ha scelto la via dell’emozione, ha scelto la via della superficialità, del divertimento e in fondo dell’accattonaggio, come d’altra parte è toccato in sorte alla cicala prima di esalare l’ultimo respiro.

Con questo luogo comune sulla musica e sui musicisti ho dunque voluto inaugurare una serie di post, che spero possano per frequenza e frequentazione meritare il titolo di “blog”, dedicandoli al commento di idee, eventi, libri, gossip, articoli e quant’altro possa mettere il mondo della musica e dei musicisti sotto una luce diversa da quella convenzionale e falsa che spesso ne danno i mezzi di comunicazione di massa o la cosidetta “opinione comune”.

Certo è che la nostra cultura nella sua forma attuale è in buona compagnia se è vero, come dice il grande etnomusicologo Marius Schneider, che il rapporto ambiguo di amore e odio, di ammirazione e disprezzo per il musicista è comune anche a tante culture del passato.
“E’ certo che la professione del musico è una di quelle che più hanno tardato a farsi riconoscere quale mestiere regolare e onesto. […] Talora il musico sembra persino essere un fuori-casta. […] In realtà lo si trova soprattutto ai margini, o in caste limitrofe della società.” (M.Schneider, Il significato della musica, 1970 Rusconi, Milano, pag. 72).
Schneider individua nella sua indagine sulle culture antiche ed extraeuropee diverse tipologie di musici, i quali essenzialmente si pongono in un continuo tra i due estremi del musico-sacerdote e del mago e dunque “poichè il musico non appartiene nè alla terra nè al cielo, nè alla società degli uomini nè a quella degli dei o a quella dei demoni, egli è necessariamente situato tra i due gruppi” (ibidem).

Non so se anche nella nostra società si mantiene la distinzione tra musici santi o infernali, al di là del modo in cui essi si inseriscono nell’immaginario di massa (o più propriamente di nicchia) con finalità più legate al marketing che a un reale contributo all'”eterna lotta tra il bene e il male”, come mi sembra di individuare ad esempio nei due estremi di Arvo Pärt e di Ozzy Osbourne.
Rimane però almeno l’ambiguità con cui anche persone colte, sensibili alla musica o meno, si rivolgono alla figura del musicista, sempre sfuggente ad ogni rigida classificazione: a volte giullare, a volte “romanticamente” genio, a volte dotato di ferrea disciplina, a volte sregolato e incostante e sempre, quasi sempre, docile lui stesso a farsi inquadrare in nicchie interpretative, in figure paradigmatiche simili ai tarocchi, che popolano il nostro immaginario per certi aspetti archetipico, ma più spesso ricettivo e in fin dei conti incantato dalla grande messinscena dello spettacolo massmediatico.