jump to navigation

Un tal Cortazar e l’arte contemporanea luglio 6, 2010

Posted by maxviel in Il linguaggio musicale, Il musicista, la musica contemporanea, Musica e politica.
add a comment

Ecco come il grande scrittore Julio Cortazar risponde con la consueta intelligenza e autoironia, al problema vecchio ormai di 100 anni se un artista debba seguire i gusti di una maggioranza oppure no.

da “Un tal Lucas” (1979)

LUCAS, LE SUE DISCUSSIONI DI PARTITO

Incomincia quasi sempre allo stesso modo, notevole accordo politico su un mare di questioni e grande fiducia reciproca, ma a un certo punto i militanti non letterati si rivolgeranno amabilmente ai militanti letterati e porranno loro per l’arciennesima volta la questione del messaggio, del contenuto intelligibile per il maggior numero di lettori (o di uditori, o di spettatori, ma soprattutto di lettori, oh sì).
In questi casi Lucas tendenzialmeiite tace, visto che i suoi libelli parlano estesamente in sua vece, ma siccome talvolta lo aggrediscono in modo piú o meno fraterno, ed è risaputo che non c’è peggior critica di quella di tuo fratello, Lucas fa una smorfia da purga e si sforza di dire cose come quelle che seguono, ovvero:
– Compagni, la questione mai si porrà
a scrittori che intendano e vivano la propria missione come polene di prua, sporte sulla rotta della nave, a ricevere tutto il vento e il sale dei marosi. Punto. E non si porrà

perché essere scrittore poeta romanziere narratore

vale a dire affabulante, immaginante, delirante, mitopoietico, oracolo o chiamatelo ics,
significa in primissimo luogo
che il linguaggio è, come sempre, un mezzo
ma questo mezzo è piú che un mezzo,
è come minimo tre quarti.

Riassumendo due tomi e un’appendice,
quello che voi chiedete

allo scrittore poeta narratore romanziere

è che rinunci a progredire
e si sieda hic et nunc (traduca, López!)
affinché il suo messaggio non oltrepassi
le sfere semantiche, sintattiche,
conoscitive, parametriche
dell’uomo comune. Ehm.
Detto in altri termini, che si astenga
dall’esplorare oltre l’esplorato,
o che esplori spiegando l’esplorato
affinché ogni esplorazione si integri
alle esplorazioni compiute.
Vi dirò in confidenza
che magari si potesse
nella corsa il calesse
frenarlo mentre si avanza. (Questa mi è venuta bene).
Esistono tuttavia leggi scientifiche che negano
la possibilità di tale contraddittorio sforzo,
e c’è un’altra cosa, semplice e grave:
non si conoscono limiti all’immaginazione
se non quelli del verbo;
linguaggio e invenzione sono nemici fraterni
e da tale lotta nasce la letteratura,
il dialettico incontro della musa con lo scriba,
l’indicibile in cerca della sua parola,
la parola che si nega a dirlo
finché non le tiriamo il collo
e lo scriba e la musa si conciliano
in quel raro istante che piú tardi
chiameremo Vallejos o Majakovskij.

Segue un silenzio piuttosto cavernoso.
– D’accordo, – dice qualcuno, – ma di fronte alla congiuntura storica lo scrittore e l’artista che non siano mera Torredavorio hanno il dovere, senti, di lanciare il loro messaggio a un livello di massima ricezione. Applausi.
– Ho sempre pensato – osserva modestamente Lucas, – che gli scrittori cui lei alludeva fossero la maggioranza, ragion per cui mi sorprende questa ostinazione nel voler trasformare una maggioranza in unanimità. Di che cazzo avete tanta paura? E a chi se non ai rancorosi e agli sfiduciati possono dar fastidio le esperienze diciamo estreme e pertanto difficili (difficili, in primo luogo per lo scrittore, e solo poi per il pubblico, è il caso di sottolinearlo) quando è ovvio che pochi soltanto le portano a termine? Non sarà, amico mio, che per certa gente tutto quello che non è immediatamente chiaro è colpevolmente oscuro? Non ci sarà una segreta e talvolta sinistra necessità di uniformare la scala di valori per poter sollevare la testa dalle onde? Dio buono, quante domande.
– C’è una sola risposta, – dice un convenuto, – ed è la seguente: la chiarezza suole essere difficile da raggiungere, per cui la difficoltà tende ad essere uno stratagemma per dissimulare quanto sia difficile essere facile. (Ovazione ritardata).
– E andremo avanti cosí anni e anni, – geme Lucas
e ritorneremo sempre al punto di partenza,
poiché questo è un problema
minato d’inganni. (Debole approvazione).
Perché nessuno potrà, salvo il poeta e solo a volte,
entrare nella palestra della pagina bianca
dove tutto si gioca nel mistero
di leggi ignorate, sempre che siano leggi,
di copule strane fra ritmo e senso,
di ultime Tuli a metà della strofa o del racconto.
Mai potremo difenderci
perché nulla sappiamo di questo vago sapere,
di questa fatalità che ci conduce
a nuotare al di sotto delle cose, ad aggrapparci a un avverbio
che ci apre un ritmo, cento nuove isole,
bucanieri di Remington o di stilografica
all’assalto di verbi o di proposizioni semplici
o a ricevere in piena faccia il vento
di un sostantivo che contiene un’aquila.
– Ossia, per semplificare, – conclude Lucas stufo quanto i suoi compagni, – io propongo, diciamo, un patto.
– Niente mediazioni, – ringhia il solito in questi casi.
– Un patto, semplicemente. Per voi, il primum vivere, deinde filosofare si radica a fondo nel vivere storico, il che va benissimo e magari è l’unico modo per preparare il terreno al filosofare e all’affabulare e al poetare del futuro. Ma io aspiro a sopprimere la divergenza che ci affligge, e perciò il patto consiste nel far sí che voi e noi abbandoniamo contemporaneamente le nostre conquiste píú estreme affinché il contatto col prossimo raggiunga la sua massima estensione. Se noi rinunciamo alla creazione verbale nella sua forma piú vertiginosa e rarefatta, voi rinunciate alla scienza e alla tecnologia nelle loro forme altrettanto vertiginose e rarefatte, come i cervelli elettronici e gli aerei a reazione. Se ci vietate il progresso poetico, perché dovreste usufruire indisturbati del progresso scientifico?
– È completamente fuori di testa, – dice uno con gli occhiali.
– Naturalmente, – concede Lucas, – però non immaginate quanto mi diverta. Andiamo, accettate. Noi scriviamo in modo piú semplice (si fa per dire, perché di fatto non potremo), e voi eliminate la televisione (cosa che nemmeno potrete), Noi ci orientiamo verso la comunicazione diretta, e voi la smettere con le auto e i trattori e riprendete la zappa per piantar patate. Vi rendete conto di che cosa significherebbe questo doppio ritorno alla semplicítà, a quello che tutti quanti capiscono, alla comunione senza intermediari con la natura?
– Propongo il defenestramento immediato previa unanimità, – dice un compagno che ha optato per crepare dal ridere.
– Voto contro, – dice Lucas, che è già alle prese con la birra che arriva provvidenziale in questi casi.

La trasformazione del gusto musicale luglio 5, 2010

Posted by maxviel in Il musicista, la musica contemporanea, Musica e politica.
2 comments

Bisogna scrivere musica che piaccia al pubblico?
Bisogna scrivere musica senza interessarsi dei gusti della gente?

Sono questioni che, ahimè, vanno abbastanza di moda e che spesso sono trattate con una soprendente superficialità, anche, e lo dico con grande rammarico, da chi si occupa di musica per professione e magari la insegna in Conservatorio.

Non sarò certo io a dare qui una soluzione al problema, che in verità per me è un falso problema. Sicuramente c’è una tensione quasi irrisolvibile tra musica d’arte e musica commerciale, spesso anche all’interno di uno stesso artista. E il problema non è certo nato con la cultura di massa e la monetizzazione dei valori esistenziali. Chi in passato scriveva su committenza non poteva certo permettersi il lusso di affrontare questo dilemma, se non con il rischio “mozartiano” di farsi cacciare con un calcio nel sedere.

La natura del blog mi impedisce di scrivere lunghi testi e quindi (con un sospiro di sollievo da parte di tutti) mi vedo costretto ad affrontare l’argomento diluendolo nei prossimi post, ma anche in quelli passati.
Qui mi limiterò a sottolineare un fatto che è semplicemente ignorato da tutti, sia da chi difende la musica contemporanea in toto o in parte, sia e soprattutto da chi la attacca in un debole tentativo di caccia alle streghe.

Sempre più spesso infatti sento dire che la colpa dell’attuale divario tra gusti del pubblico e gusti dei compositori di tradizione classica (quella cosiddetta “contemporanea”) è stato causato da una sorta di hybris, di delirio di onnipotenza dei musicisti d’avanguardia che hanno scelto di ignorare quando veniva richiesto da un pubblico desideroso di nuova e gradevole (almeno per lui) musica.
La frattura viene in genere fatta risalire alla nascita delle avanguardie storiche e quindi diciamo verso gli anni Venti. Certo è che sul tavolo di imputazione stanno sempre quei compositori che negli anni ’20 erano bebè e che hanno iniziato la carriera musicale negli anni ’50. E sono sempre i “soliti noti”: Stockhausen in primis, ma anche Boulez, Xenakis, Nono…

Ecco un primo dato che ci potrebbe aiutare a capire (e dopo 150 anni sarebbe davvero il caso) quanto è successo.
Sorpresa! La frattura tra pubblico e compositori è iniziata nel 1830 ed è giunta a un primo grande compimento circa 10 anni dopo, cioè ben prima che non solo la musica contemporanea, ma anche quella “atonale” in genere facesse la sua comparsa.
William Weber infatti, nel suo libro “The Great Transformation of Musical Taste: Concert Programming from Haydn to Brahms” analizza centinaia di programmi di sala scoprendo che se ancora all’inzio degli anni 30 il 20% dei programmi di sala era riservato ai compositori del passato mentre il restante 80% era dedicato ai compositori contemporanei, solo 10 anni dopo le proporzioni erano invertite e destinate a rimanere tali per lungo tempo, cioè per più di un secolo fino allo scenario attuale in cui i compositori contemporanei non sono semplicemnte presenti nella gran parte dei programmi di concerto.

La trasformazione è rapida e incredibile! Cosa può essere mai successo da spostare l’attenzione del grande pubblico dal presente al passato?
Non lo so.. ma certo la riscoperta di J.S.Bach e della partitura della sua Passione secondo S.Matteo da parte di F.Mendelssohn deve avere dato un grande contributo.
In effetti il “lancio mediatico” ante-litteram con la conseguente grande attenzione di pubblico e critica all’esecuzione della Passione sotto la direzione di Mendelssohn nel 1829 fu quasi il lancio di un compositore “nuovo”, dato che fino ad allora Bach era poco conosciuto dal grande pubblico. Un compositore che però era nato 150 prima!
Da allora l’ago della bilancia si è spostato drasticamente e la frattura tra contemporaneità e passato, almeno nella musica, si era aperta ed era destinata ad allargarsi.

È dunque lecito accusare Bach (o Mendelssohn) del fatto che oggi Allevi viene inviato in Parlamento a rappresentare la cultura musicale, mentre di K.Stockhausen (tanto per parlare dei soliti) si ricorda solo che una volta ha dichiarato (ma è una ben dimostrata montatura giornalistica) che l’attentato dell’11 settembre è stato un gesto artistico?

Ovviamente no. E non perché la musica di Bach ci piace mentre invece quella di, mettiamo, Boulez invece no. Ma perché questa frattura si colloca in un periodo storico ineluttabile di trasformazione in tutte le arti, nelle scienze e nella tecnologia. E nella società. Non si tratta di rimpiangere un passato perduto, accusando istericamente il primo che passa, richiudendosi in un sogno ad occhi chiusi (salvo poi lamentarsi che la realtà non gli corrisponde), ma di cercare di capire il presente senza ideologie e comode semplificazioni. E di andare avanti.

Real Musik giugno 8, 2008

Posted by maxviel in Musica e politica, Pinzillacchere.
1 comment so far

Leggevo oggi sulla Repubblica un’intervista a Claudio Abbado secondo il quale se i politici conoscessero la musica il mondo sarebbe migliore…
Confesso di aver detto anch’io in passato cose simili: ascolterò due volte “Fragmente” di Luigi Nono per penitenza.

Va beh, a parte l’indubbio valore comunicativo e promozionale di un’affermazione del genere, personalmente ritengo che la serietà di questa idea non vada molto oltre la sua funzione di marketing. E’ un po’ come dire che l’amore o la musica sono universali… abbiamo già visto queste tematiche sviluppate con esiti francamente imbarazzanti in quell’antesignano della New Age che è il film di Spielberg “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” e che anticipa il filone famigliare dei buoni sentimenti che il regista svilupperà negli anni successivi.

Insomma, basta pensare al rapporto tra Hitler e la musica per capire come il rapporto tra sensibilità musicale e buona politica non sia cosi’ banale: citando Woody Allen a braccio, “ho ascoltato Wagner per mezz’ora e già mi viene voglia di invadere la Polonia”!
D’altra parte non c’e’ da stupirsi: secondo la teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner, si può essere dei geni in musica e allo stesso tempo perfetti idioti in politica.
Lo stesso vale per la filosofia: lo dimostra uno dei più grandi filosofi della storia, Platone, che nel momento in cui ha tentato di realizzare in politica le sue idee (a Siracusa, sotto l’iniziale beneplacito di Dionigi II) ha dovuto scappare per evitare di essere assassinato.

Concludo: la musica linguaggio universale che aiuta a essere politici migliori?
Ma per favore… o no?