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Andrea Frova e la musica (1) – Quale musica? luglio 29, 2008

Posted by maxviel in Il linguaggio musicale, Recensioni.
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Ho comperato il libro di Andrea Frova “Armonia celeste e dodecafonia” qualche mese fa, ma non ho mai avuto il tempo di leggerlo. E’ vero però che sfogliandolo spesso mi capitavano sotto gli occhi frammenti di frasi che da un lato sembravano affrontare problemi classici o comunque importanti sul “senso della musica”, ma dall’altro intervenivano nel dibattito in un modo che non condividevo quasi mai. D’altra parte tantissime volte ho dovuto affrontare con amici o meno le questioni sulla “musicalità” della musica contemporanea, sul rapporto tra qualità e successo popolare o sulla relazione tra musica, natura e scienza. Per questo motivo ho deciso di approfittare della lettura di questo libro per sviluppare in modo “ufficiale” la mia posizione su questi argomenti, a costo di fare pubblicità gratuita a Frova.

Inauguro quindi con questo post una serie di commenti che seguiranno le mie impressioni durante la lettura. Prometto che cercherò il più possibile di estrarre dal libro delle tematiche il più possibile generali e interessanti anche per chi non stia leggendo il libro “in parallelo”. Cercherò qui di minimizzare ironie e sberleffi sia perchè non servono a niente (se non a sentirsi più furbi degli altri), sia per cercare di instaurare con il libro un dialogo costruttivo, razionale e pacato, come dovrebbe avvenire in un dibattito scientifico (e come raramente avviene).

Dico questo perché non sono certo privo di pregiudizi, in genere e sul libro di Frova. Non che ci sia niente di male nell’avere pregiudizi (da un punto di vista cognitivo è praticamente inevitabile): l’importante è rendersene conto ed essere in grado di cambiarli all’occorrenza.
Quello che non mi piace nel libro di Frova è una certa spocchia, quella del riduzionista, cioè di quella persona che crede solo a ciò che vede, senza preoccuparsi di controllare se è cieca. Il riduzionismo certo è fondamentale nella scienza, ma l’applicare le condizioni della conoscenza scientifica alle condizioni della conoscenza in generale si chiama scientismo, che come tutti gli -ismi è una irragionevole (anzi irrazionale) estensione di principi locali a contesti universali.
Inoltre non ho mai avuto simpatia per il CICAP… non so se Frova ne faccia parte, certo è che lo stile è un po’ quello, cioè una certa arroganza gesuitica di chi detiene la chiave dell’universo ed è poco disposto a instaurare un dialogo con le controparti se non dettandone le condizioni. Bene la chiudo qui sui pregiudizi e passo a leggere e commentare il libro.

Il primo impatto con il libro è piuttosto deprimente perchè quasi a ogni frase avrei qualcosa da ridire e probabilmente non riuscirò a godermi lunghi momenti di lettura senza dovermi mettere alla tastiera. Sì lo so, con questa “tecnica” mi perderò forse la visione d’insieme dell’opera… ma forse no.
Salto comunque le due prefazioni, di Roman Vlad e del fisico Giorgio Parisi, che mi leggerò più in là.

Non volevo commentare l’Introduzione, perché tratta argomenti generali poi approfonditi durante il libro, ma qualcosa attrae subito la mia attenzione. In realtà ho barato, perché sbirciando l’introduzione di Vlad, ho letto la frase con cui inizia:”la musica si trova in una situazione drammatica”. Eppure io non ho mai visto tante persone ascoltare musica come in questi ultimi anni. La gente, giovani e anche meno giovani, ascolta musica in continuazione: camminando, mangiando, sull’autobus, sonnecchiando. Sì certo, le etichette discografiche sono in crisi, ma confondere le etichette con la musica è come confondere il latte con la Parmalat. Quindi?
Frova insiste: “secondo il direttore d’orchestra Yurij Temirkhanov la musica odierna non rispetta l’uomo odierno”. Ah no? Chissà cosa vorrà dire… eppure l’uomo odierno vive circondato di musica, musica che lui stesso cerca, ma quale musica? Ecco che allora tutto si spiega, perché l’autore ci fa capire in più punti che tutto il suo discorso si riferisce alla musica “seria” (il virgolettato è suo, per fortuna). Verrebbe da dire che prendersela con la musica contemporanea e ancora di più con la musica dodecafonica (che in Frova ne diventa il… capro espiatorio) è un po’ come prendersela con la croce rossa. Lo stesso d’altro canto varrebbe anche con la musica “seria” dei tempi passati (quella che popolarmente e purtroppo anche ufficialmente viene detta “musica classica”), la quale oggi viene ascoltata solo da una nicchia di persone economicamente irrilevante. Certamente sarebbe più scientifico fare un discorso generale sulla musica, prendendola tutta questa musica! Allora il nostro sarebbe costretto ad affrontare elementi contraddittori, come il rumore, la mancanza di pulsazione, la dissoluzione della forma, tutti elementi che sono presenti sì nella musica contemporanea, ma anche in generi decisamente più diffusi, come il Grind, il Noise, lo Speedcore, la Drone Ambient e la Techno Industriale, tra i tanti. Verrebbe quindi voglia di invalidare l’intero libro proprio perchè le sue argomentazioni sulla musica di oggi semplicemente prendono un campione non sufficientemente significativo da permettere di impostare un discorso valido. Naturalmente non sarebbe giusto, almeno perché il libro ci darà sicuramente modo di approfondire tanti temi.

E’ dura scrivere di queste cose su un blog, perché la scrittura su internet (per non parlare della mia capacità di sintesi) impedisce spesso di fare discorsi ampi. Bisognerebbe capire a quale tradizione critica si rifanno Vlad e Frova quando parlano di musica seria, perchè certo questa mistificazione esiste da sempre e non certo solo a partire da Adorno, che comunque ne ha dato una legittimazione filosofica.
Concludo questo post con un testo di Frank Zappa, che con la verve iconoclastica che lo contraddistingue pone a suo modo il problema del diritto che ha la musica seria (un concetto inventato sicuramente da chi la fa o la scolta, questa musica “seria”) di rappresentare la musica tout court.

Vorrei spiegarvi un po’ cos’è la musica seria. Quella che la maggior parte della gente definisce musica seria, in effetti, non è affatto seria. E’ stata fatta molta propaganda della musica classica sin da quando è stata inventata. Esaminiamo brevemente la storia della musica classica: quelli che oggi definiamo “i grandi capolavori della musica” furono composti per soddisfare i gusti dei sovrani, della Chiesa o dei dittatori, in quanto erano loro che pagavano. Se un compositore era dotato di uno stile che piaceva a quelli che all’epoca pagavano, ecco che aveva successo. Faceva successo, lavorava, insomma sopravviveva. Se non piaceva a quelle persone, era finito, gli tagliavano le dita, o la testa, oppure lo mandavano in esilio: non c’erano molte vie di mezzo. Basta consultare un testo intitolato World Dictionary of Music and Musicians. Vedrete che nel corso dei secoli ci sono stati compositori che hanno avuto successo e altri che non ne hanno avuto. Ma ciò che non è necessariamente legato alla qualità del loro lavoro, ma piuttosto alla loro capacità o meno di incontrare i gusti del committente. Ed oggi è la stessa cosa. Quindi tutte le norme, le norme accettabili della musica classica non sono altro che le norme del gusto della Chiesa, dei sovrani o dei dittatori che nel corso dei secoli hanno pagato le composizioni musicali. Non riflettono quindi i gusti della gente, la quale non aveva alcun potere decisionale.
Voi affermate che a me interessa la musica seria. In effetti, io prendo il mio lavoro molto sul serio ma lo considero come entertainment, ed è entertainment per coloro cui piace quel tipo di entertainment. Io non compongo per i re, per la Chiesa o per i governi, ma per i miei amici ed è così che vorrei che si percepisse il mio lavoro: come entertainment. Che sia scritto per band di rock’n’roll o altro, non fa differenza. E’ la stessa gente che ascolta quella musica. Ho fatto diversi album per orchestra, che però non vengono acquistati da quelli che vanno a sentire i concerti di musica sinfonica, ma dalla stessa gente che compra il rock’n’roll. Magari una categoria particolare di quelli che ascoltano rock’n roll…

La musica è la mia droga luglio 3, 2008

Posted by maxviel in Pinzillacchere.
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Puntuale come la rata del mutuo, la cosiddetta informazione ufficiale, nel tentativo di coprire mediaticamente l’approvazione del lodo Schifani bis (detto anche dolo Berlusconi) e in mancanza di eventi calcistici nei dintorni, spara un’altra panzana delle sue.

Secondo notizie diffuse un po’ dovunque (la mia fonte primaria è il Corriere) i “007 informatici” della Guardia di Finanza starebbero attentamente vigi- lando su un fenomeno a dir poco inquietante: pare infatti che sia possibile procurarsi dietro una modica somma dei files sonori (leggi “musiche”) che non solo avrebbero degli effetti psicotropi del tutto simili a droghe come ecstasy ed eroina, ma che darebbero dipendenza, anche se, a detta niente- popodimeno che di un colonnello, non è provato che ci siano rischi per la salute.
Interviene a questo punto la scienza, nella persona di un ricercatore il quale ci informa che hanno provveduto a fornire ecstasy e musica ad alto volume ad un animale da laboratorio per scoprire che il suono influisce sugli effetti della droga.

Ora, mi verrebbe da interrompere qui data l’estrema e patetica ridicolaggine del tutto. Mi limiterò a fare alcune brevi osservazioni.
1 – Sì.. è incredibile, ma la musica ha un effetto sull’uomo! Millenni di discorsi sulla cosiddetta “teoria degli affetti”, da Platone (o prima) in avanti sono vanificati dalla scoperta dei media contemporanei! Probabilmente si arriverà a vietare tutta la musica, tranne natuarlemnte quella prodotta dalle major, ma al momento siamo forse ancora lontani da questo.
2 – L’audio di cui si tratta è un audio particolare, perchè probabilmente si tratta di una produzione che utilizza l’effetto psicoacustico dei battimenti binaurali (cosi’ come si possono sentire dalla homepage del mio sito personale). Il loro effetto psicotropo non è pienamente dimostrato, almeno non più della capacità di far addormentare che ha la voce di Marzullo.
3 – In ogni caso è sempre un problema di set e setting, vale a dire: se uno vuole diventare euforico basta anche una gazzosa, come insegna lo scienziato che è riuscito a ipnotizzare degli studenti americani facendogli ascoltare per sbaglio un disco di yodel tirolesi (riportato in C.Tart, Stati di coscienza, Astrolabio, Roma, 1985).
Qualsiasi cosa può essere usata in bene e in male.
4 – E in effetti anche la televisione può essere utilizzata come una vera e propria droga, come viene detto da un articolo su Le Scienze del 2002 (Kubley, Csikszent-Mihalyi, Videodipendenza: non solo una metafora, in Le Scienze, marzo 2002).
5 – Ma qui arriviamo a un altro problema che a mio parere è di cruciale importanza per capire i giochi di parole su cui si fonda la cultura di massa: cosa si intende per “droga”, a parte un mezzuccio della stampa per aizzare i benpensanti contro “gli altri” e distogliere la loro attenzione dal vero fattaccio del momento? Perchè alcune cose vengono definite “droga” mentre altre, che hanno effetti peggiori o simili vengono considerate innocue, come marijuana e alcool? Cosa cambia quando si è sotto l’effetto di sostanze psicotrope? Siamo davvero delle macchine che “premi il tasto e…”? E’ la mia percezione della realtà veramente uguale a quella di ognuno di voi?

Real Musik giugno 8, 2008

Posted by maxviel in Musica e politica, Pinzillacchere.
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Leggevo oggi sulla Repubblica un’intervista a Claudio Abbado secondo il quale se i politici conoscessero la musica il mondo sarebbe migliore…
Confesso di aver detto anch’io in passato cose simili: ascolterò due volte “Fragmente” di Luigi Nono per penitenza.

Va beh, a parte l’indubbio valore comunicativo e promozionale di un’affermazione del genere, personalmente ritengo che la serietà di questa idea non vada molto oltre la sua funzione di marketing. E’ un po’ come dire che l’amore o la musica sono universali… abbiamo già visto queste tematiche sviluppate con esiti francamente imbarazzanti in quell’antesignano della New Age che è il film di Spielberg “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” e che anticipa il filone famigliare dei buoni sentimenti che il regista svilupperà negli anni successivi.

Insomma, basta pensare al rapporto tra Hitler e la musica per capire come il rapporto tra sensibilità musicale e buona politica non sia cosi’ banale: citando Woody Allen a braccio, “ho ascoltato Wagner per mezz’ora e già mi viene voglia di invadere la Polonia”!
D’altra parte non c’e’ da stupirsi: secondo la teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner, si può essere dei geni in musica e allo stesso tempo perfetti idioti in politica.
Lo stesso vale per la filosofia: lo dimostra uno dei più grandi filosofi della storia, Platone, che nel momento in cui ha tentato di realizzare in politica le sue idee (a Siracusa, sotto l’iniziale beneplacito di Dionigi II) ha dovuto scappare per evitare di essere assassinato.

Concludo: la musica linguaggio universale che aiuta a essere politici migliori?
Ma per favore… o no?

…ed ora qualcosa di completamente diverso! giugno 2, 2008

Posted by maxviel in Pinzillacchere.
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Ma sempre attinente alla musica, naturalmente.
Noi tutti sappiamo che la musica si fa con gli strumenti musicali e gli strumenti musicali sono spesso opere di alta tecnologia e fattura: pensiamo ad esempio a un violino Stradivari o a un pianoforte Fazioli.
Beh questo post vuol ricordare che qualsiasi cosa può diventare uno strumento musicale se utilizzato con destrezza ed ostinato esercizio e che ancora una volta il significato della musica è legato a un insieme strutturato di elementi connessi tra loro, di cui fa parte anche la concezione di cosa è strumento musicale e cosa non lo è.
Una volta tanto non ho altro da aggiungere, se non qualche link in cui l’idea tradizionale di strumento musicale viene messa alla prova. Certo che purtroppo a volte questi strumenti inventati richiamano altri strumenti ben più conosciuti sia per concezione che per repertorio… non c’e’ modo di fuggire alle abitudini se non con un duro sforzo, spesso ingrato.

Pazienza! Ecco comunque un piccolo campionario di meravigliose stranezze come gli strumenti di gomma del Rubber Tree Ensemble, con il Vibraband, la Vegetable Orchestra e l’ineffabile Daxophone.
Qui potete invece trovare un elenco di strumenti strani, inventati ad hoc per la vostra delizia.

Sequential Resonation Machine

Vita, morte e miracoli di Charlemagne Palestine maggio 29, 2008

Posted by maxviel in Recensioni.
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Ero in verità un po’ prevenuto contro Palestine avendo sentito delle registrazioni di concerti, ad esempio il celebre “Strumming Music” un tremolo per pianoforte solo di 45 minuti, e alcune dicerie del tipo che si fa sempre accompagnare sul palco da uno stuolo di pupazzetti di peluche e che sorseggia sempre del brandy durante le performances.
Ho sempre pensato che facesse parte dello stuolo di mattoidi, che affollano il sottobosco di musicisti d’avanguardia (qualsiasi cosa questa parola voglia dire). Lo so, mi vergogno della mia superficialità degna di quelle vittime della realtà “silenzio-assenso” a cui i mezzi di comunicazione di massa ci hanno abituati e che cerco nel mio piccolo di combattere anche con questo blogghino.

Non c’e da stupirsi quindi che quando me lo sono trovato alla Tiennale di Milano, venerdi’ 23, vestito da perfetto americano con tanto di panama e camiciona hawaiana, farfugliare frasi che parevano da ubriaco non sapevo se sentirmi imbarazzato per lui oppure cercare di ascoltare il senso delle cose che diceva. Ammetto che per un attimo, nella timida codardia che in alcuni momenti di debolezza mi coglie, ho pure pensato di nascondermi nel caso avesse voluto rivolgersi direttamente a qualcuno del pubblico.

Ma veniamo al sodo. La performance è stata notevole per il minimalismo assoluto del concept e del suono che attraverso un “drone” armonico passava in una quarantina di minuti attraverso soundscapes con canti di uccelli, interventi vocali dal vivo, rumori di traffico stradale e nell’apice del suo percorso in crescendo a un ostinato di rullanti da parata militare.
Mi ha pero’ colpito di piu’ il video, girato in pellicola e in un rallentato costante che procedeva con svelamenti progressivi verso la chiarificazione di una tematica molto emozionante tra i temi della morte e della vita che continua, dell’affetto e della melanconia di un passato che non ritorna, sia esso l’infanzia o un animale che è morto.
In effetti il mero contenuto del video riguardava una sorta di rituale giocoso, ai limiti della demenza, che l’autore svolgeva insieme a un pupazzo di peluche all’interno di un cimitero (presumiliblmente francese) di animali morti, nel senso del “pet cemetery” à la Stephen King.
Ammetto di non aver descritto in modo esauriente il tutto; chi è incuriosito può leggersi una interessante intervista sul sito di Digicult.

Quello che mi colpisce è il fatto che al nome di Carlemagne Palestine, o meglio alle sue performances, venga sempre associato il fantomatico attributo di “rituale sciamanico”. Lasciamo stare il senso di “sciamanico”… è il “rito” che mi interessa.
Ora, la parola “rito” puo’ essere utilizzata in senso stretto, in presenza di un culto, o in senso lato, come una successione di gesti e parole condivisi da una comunità che attraverso la ripetizione nel tempo veicolano un qualche tipo di risultato, spirituale o psichico. E’ chiaro che in questo senso molto, se non tutto, è rito, ovvero tutto quanto viene ripetuto per ottenere un risultato condivisibile è rito. Avrebbe addirittura senso parlare di riti privati.
Ma può esserci rito e performance artistica allo stesso tempo? A mio parere no, dato che l’arte è esclusa dalla sfera del sacro. Può imitarla, può esserne parassita, ma solo eliminando il concetto di arte e cioè di finzione possiamo accedere al rito come dispositivo spirituale o psichico.
Mi rendo conto che questo può essere discutibile a seconda delle estetiche e dei gruppi artistici, o meglio del vissuto individuale o di gruppo di artisti e fruitori.
Ma è alla cultura in cui viviamo che mi riferisco, nel suo aspetto più globale; al contrario nelle sottoculture o nella sfera del privato tutto o quasi è possibile, come ci insegna la famiglia Manson.
Mi sembra quindi che quando ci sono artisti a cui ci si appella pubblicamente come a “sciamani” che fanno “riti”, si scatena un gioco retorico di maschere. La parola “rito” viene usata per indicare l’antiartistico, ciò che rompe una continuità nella coscienza del fruitore, nella migliore delle ipotesi, o la foglia di fico del disagio sociale dell’artista, nel peggiore.
Forse, come in certa bodyart, il rito privato dell’artista mira a una sua trasformazione individuale, sia essa una trance o la conquista del paradiso, ma il pubblico è comunque Solo eliminando l’attributo di artistico di un gesto, esso acquisisce la forza del reale non più mediato dalle convenzioni che ne fanno una finzione artistica.
A questo punto occorrerebbe chiedersi: ma la musica può avere una qualche influenza sul mondo? Ma non ci pensiamo adesso…
E dunque, niente riti, niente sciamani: quella di Palestine è stata soltanto (?) una splendida performance artistica.

Mr. Palestine e i suoi piccoli amici

“Oltre al danno la Beffa” ovvero Karol Beffa e la noia maggio 11, 2008

Posted by maxviel in la musica contemporanea.
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Approfitto di un articolo apparso lo scorso 30 aprile sul Corriere e scritto dall’amica Roberta Scorranese a proposito di un fantomatico artista emergente, il francese Karol Beffa, per dire due parole.

Anzi tre: l’articolo mi darebbe in effetti l’occasione di dire molte cose perche’ l’argomento è piuttosto scottante, soprattutto se avete in qualche modo a che fare con il mondo musicale accademico (spero per voi di no). Si parla del rapporto tra musica contemporanea e musica del passato. Ma cos’e’ questa musica contemporanea? Per il momento lasciamo perdere, perchè io stesso stento a capirne i limiti storici e stilistici: ne parlerò un’altra volta.
Quello che mi interessa ora è citare l’ultima frase dell’articolo, indubbiamente ad effetto, per fare una breve considerazione.

Allora, tale Beffa (sembra un gioco di parole, ma non lo è) dice: “la musica deve proporre l’inascoltato. Non l’inascoltabile”.
Va bene, l’evidenza quasi marzulliana della frase sembra degna di un Lapalisse. E invece, come al solito ci pone subdolamente dei limiti che noi, secondo Beffa, dovremmo avere e che evidentemente qualche impertinente si ostina a ignorare, facendo della musica “inascoltabile”.
Questa parola mi ricorda Johannes Tinctoris, un compositore e musicologo a cavallo (poverino!) tra il ‘400 e il ‘500, il quale sosteneva la stessa cosa della musica di 40 anni prima. In effetti è un vezzo tipico della cultura di massa a cui non si sottraggono nemmeno molti musicisti di professione, quello di rifiutare gli esiti novecenteschi della musica classica per rifugiarsi tra le braccia maternalmente sicure della musica più antica.
Ignorando che quella stessa musica, nella sua contemporaneità era stata dileggiata e disprezzata: il termine Barocco stesso è nato come insulto, Bach (a cavallo -anche lui- tra il’600 e il ‘700) ha dovuto aspettare l’Ottocento per essere considerato un compositore degno di considerazione e la prima della “Sagra” di Stravinski (nel 1913) è finita in rissa, per citarne solo alcuni esempi.

Non posso certo esaurire tutti gli argomenti del blog in questo post, quindi mi limiterò a sottolineare come la cultura abbia memoria breve, come l’uomo del resto, nonchè il fatto che la storia sembra ripetersi… non dico che lo fa, ma l’illusione è perfetta!

Concludo quindi con il testo di un classico del Bigbeat: la “History repeating” dei

Giovanni Allevi ovvero il musico della porta accanto aprile 30, 2008

Posted by maxviel in Il musicista.
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Non voglio certo discutere delle abilità di Allevi come pianista o come compositore o almeno non lo voglio fare qui e adesso. Lo dico perchè a quanto pare l’argomento sembra essere scottante, dal momento che ogniqualvolta viene criticata la sua raffinatezza di scrittura sul forum di turno o magari viene paragonato (a ragione o a torto) a Clayderman e simili, subito una ridda di sostenitori infiammati si alza in difesa di questo “paladino della gente comune” e il musicofilo garbato, l’adolescente innamorata o la segretaria inviperita impugnano la penna, come forse mai avrebbero fatto per argomenti più solidi, per redarguire, istruire o insultare l’ingenuo che aveva dato inzio al “flame”. Persino la pagina dedicata a lui su Wikipedia sembra scritta da un fan!

In effetti, la capacità di Allevi sembra essere quella di incarnare il vicino di casa, il bravo ragazzo che ha studiato pianoforte ed è orgoglio della mamma, a cui, chissà come, è capitato, come nelle più rosee favole americane di diventare ricco e famoso e allo stesso tempo di rimanere quell’ingenuo e sorridente ragazzino acqua e sapone.

Va bene, non sarà cosi’ ricco… e neppure famoso, almeno fuori dell’italia. Però non è questo che conta: conta l’immagine con cui una persona si presenta ai concerti o nelle interviste, con cui viene promosso sui manifesti e sulle copertine. Non ci immaginiamo certo un Allevi muoversi con le lascive movenze di un Piero Pelù, oppure mai lo potremmo immaginare ubriaco fradicio, come invece potremmo ben fare con Vasco Rossi, nè sarebbe credibile con l’aria seria, professionale e un po’ radical chic di un Paolo Conte.

D’altra parte, possiamo considerare Allevi come l’erede di un altro artista della porta accanto e cioè quel Jovannotti che, guarda caso, fu il primo a a portarlo all’attenzione del grande pubblico e a pubblicargli il primo album.
Ma non c’e’ sovrapposizione: Jovannotti è un cantante e Allevi un pianista, mentre il primo sta virando il suo personaggio in una direzione più ieratica, come testimonia la sua attuale e profetica barba.

Niente paura (da parte mia, almeno)! Questo blog non si sta trasformando in una raccolta di gossip. Cerco solo di scovare alcuni meccanismi di produzione e comunicazione che nella cultura massmediatica hanno trasformato l’arte in commercio… travestito da arte.
Uno di questi meccanismi è certamente l’identificazione di un prodotto, cioè l’artista e non la sua musica, con una nicchia nell’immaginario (archetipico?) del pubblico di massa.

Giovanni Allevi è, come una figura dei tarocchi, il “musico della porta accanto”. Ma attenzione, perchè il publico di massa è cannibale e ama trasformare gli idoli buoni in idoli cattivi, perchè il vicino di successo è ammirevole solo fino a quando non diviene detestabile.
Sarà compito di Allevi e di chi lo consiglia su promozione e immagine gestire in un futuro non troppo lontano il rischio di abbandono da parte dei fans, con un bel cambio di immagine!
Io scommetterei sulla sua trasformazione in… “musico professionista”, figura che vedremo in uno dei prossimi post.

La reversibilità del blues ovvero Elvis Presley vs. Elio e le storie tese aprile 18, 2008

Posted by maxviel in Il linguaggio musicale.
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Colgo l’occasione dell’uscita dell’ultimo album di Elio e le storie tese, “Studentessi”, per fare un paio di brevi considerazioni un po’ esoteriche sul linguaggio musicale. Nell’album in questione infatti il “simpatico complessino” ha preso un famosissimo brano di Elvis, “Suspicious mind”, e lo ha rivoltato in modo che suonasse al contrario, proprio come in quella oscura e presunta pratica che ci permette di sentire messaggi satanici nei piu’ “innocenti” brani rock. La nuova traccia è quindi servita come guida per produrre “Ignudi fra i nudisti”, che come nell’originale tratta di faticosi rapporti di coppia e risulta quindi essere una specie di cover all’incontrario! Provare per credere: qui potete ascoltare il brano di Elvis all’incontrario.

Tralascio tutti i commenti sulla perizia di Elio e amici o sul successo dell’operazione, pensate solo che persino il “dobbiamo decidere” alla fine della prima strofa assomiglia molto all’originale “ah, don’t you know” detto all’incontrario! Quello che invece mi interessa è capire se un brano scritto in un certo linguaggio musicale riesce ancora ad esprimerlo una volta suonato all’incontrario, come sembrano dire i ragazzi sempre nello stesso disco a proposito del Death Metal in “Suicidio a sorpresa”.

Sono tante le caratteristiche che definiscono il linguaggio tonale (quello che definisce la musica occidentale degli ultimi 400 anni) e lo fanno a tanti livelli: dalla scelta delle note in una melodia o negli accordi, alla organizzazione della battuta e delle durate, alla coerenza timbrica (il fatto cioè che una linea melodica viene realizzata da una stessa timbrica fino, per cosi’ dire, alla sua fine), alla stessa organizzazione di brani e forme musicali. Una cosa rimane però fondamentale, anche se non sufficiente a definire tutta la complessità della tonalità, ed è la direzione temporale che, come un oggetto lasciato cadere viene per cosi’ dire attratto dal centro di gravità verso il pavimento, conduce il brano attraverso le sue peregrinazioni armoniche verso la tonica, in un movimento che viene massimamente espresso dalle armonie in successione di sottodominante, dominante e tonica (IV-V-I), detta anche cadenza composta.

Se suoniamo all’incontrario questa cadenza (che diventa così I-V-IV) la gravità non sarà più esattamente la stessa, cosi’ come se proiettiamo un video in direzione retrograda, cioè dalla fine all’inizio, una persona che si muove sara’ sempre un essere umano ma i suoi movimenti non saranno perfettamete riproducibili, come ben sanno gli autori di film di kung-fu quando simulano fantastiche abilità di salto girando all’incontrario dei normalissimi salti.

Il linguaggio musicale, come tutto il resto, non è quindi normalmente reversibile… ha cioè una direzione che può essere invertita solo con il risultato della propria distruzione, più o meno drammatica. Ma qui interviene il blues. E’ infatti da questo genere che si sviluppa la consuetudine di invertire la cadenza composta, che si è espansa fino a essere presente in tutta la vastità dei sottogeneri del pop. Questo è il tributo che la musica di massa paga in quasi ogni brano al blues e quindi alle sue visionarie origini.

Anche il brano di Elvis, “Suspicious mind”, non è da meno e presenta una delle infinite varianti del giro di blues: la sua strofa si può riassumere con I-IV-V-IV-I. Se proviamo a suonare al contrario la precedente serie di accordi, anche chi non si intende di armonia può immaginare che il risultato sarà identico all’originale e dunque siamo di fronte a un palindromo armonico. Ecco dunque che ancora una volta i nostri illusionisti fanno la magia: prendono un brano, lo girano.. et voilà: la musica è ancora la stessa e il linguaggio tonale è salvo ancora una volta!
Oppure no.

Emmepi-che? aprile 5, 2008

Posted by maxviel in News.
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È notizia di ieri che sarebbe stato annunciato, durante un simposio negli USA, un futuro sostituto all’mp3.
La notizia è una bufala giornalistica in piena regola, almeno nel titolo riportato dalla Repubblica online “Musica digitale, ecco l’erede dell’mp3: venti secondi di clarinetto in 1KB”. Naturalmente non si tratta di una compressione audio (come appunto l’mp3), ma di un sistema che separa i contenuti della performance (come dire la partitura) dal suono effettivo dello strumento che lo esegue, il quale sarebbe simulato dal player stesso attraverso un metodo… computerizzato (un sistema di sintesi per modelli fisici o più probabilmete un’interpolazione di campioni).

Provare per credere: sul sito di Repubblica è possibile confrontare la registrazione di un clarinetto con quello realizzato dal nuovo sistema.
Curiosamente il primo esempio è volutamente di bassa qualità, con un pesante rumore di fondo in modo che anche al meno… esperto sia evidente che la registrazione sia meno… bella del corrispettivo simulato.
In realtà basta poco per capire che la simulazione è fatta con qualità poco brillante. Non parliamo poi del fatto che non è possibile codificare due note suonate contemporaneamente.. cioe’ un accordo!

Insomma ancora una volta il giornalismo in cerca di notizie con cui riempire i vuoti della reale informazione è riuscito a creare un piccolo caso… già archiviato.
Rimane il fatto che sarebbe curioso sentire in quale modo creativo il povero player simulerebbe la voce di un qualsiasi cantante…

Essere Portishead oggi ovvero la fine del Trip-hop aprile 4, 2008

Posted by maxviel in Recensioni.
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Sono giorni che mi scervello per trovare qualcosa di interessante da dire sul concerto dei Portishead a cui ho assistito domenica scorsa, all’Alcatraz di Milano. Ma non è facile. Concerto molto suonato e molto professionalmente, scarsa o nulla la relazione con il pubblico, un video dignitoso e in sobrio secondo piano. Unica critica: una certa piattezza nella regia del suono.

Per chi non sapesse chi sono questi ragazzi, dirò brevemente che sono considerati, insieme ai Lamb e ai Massive Attack, i fondatori del Trip-hop, genere squisitamente inglese che risponde all’esigenza del mercato nei primi anni ’90 di metabolizzare le sonorità dance elettroniche di derivazione dub in una fruizione pop, quindi basata sulla presenza di una voce, un testo e una struttura di canzone.(1)
Ecco quindi un uso massiccio di campionamenti (la cosiddetta sampledelia), grooves di batteria “automatizzati”, uso del giradischi da dj come strumento vero e proprio (il cosiddetto turntablism), delay infiniti sulla chitarra (derivati dal genere dub) e una ritmica prevalente hip-hop.
Tutto questo asservito a un’immaginario concentrato sull’interiorità, sull’angoscia dell’esistenza, su ricordi di un paradiso perduto, sempre velato di nero e di amara nostalgia (come nei video del concerto) nonchè condito da una ricercatezza timbrica e armonica (con mille varianti del modo minore).

In effetti se dovessi inquadrare i Portishead negli schemi introdotti nei miei post precedenti, dovrei inquadrali nella figura del “musico-intellettuale” ovvero del “musico-poeta maledetto”: schivo, molto professionale, misurato e molto molto cool. L’intellettuale cita e si collega al passato o alle varie forme del presente sempre in modo pacato, grazie al suo distacco professionale, ma allo stesso tempo dispiega una emotività latente, mai completamente liberata, un po’ come a mostrare l’altra faccia del proprio cipiglio. Un po’ come Nick Cave, per intenderci…

Va beh, la faccio breve. Essere Portishead oggi… significa rendersi conto del tempo che passa, con le sue mode e i suoi modelli, significa scoprire di non essere più Trip-hop e di essere diventati Indy Rock.
“Che ci frega dei generi? L’importante è che facciano bella musica”, direte voi. Certamente! Ma individuare schemi del tempo che cambia è un mio automatismo e ora, a ben quattordici (!) anni di distanza dal loro primo disco “Dummy”, questo concerto mi fa capire che la dance elettronica e l’hip-hop hanno perso la verve e la freschezza che nel passato hanno potuto fornire nuova linfa all’onnivora industria culturale di massa.
Oggi i campioni di batteria sono stati ben digeriti culturalmente, il gusto retrò non è più di moda, il finto rumore del vinile non ha più fascino per generazioni che a malapena sanno cos’e’… rimane, almeno per i Portishead, il ritorno alla musica “dal vivo”, la voce e la canzone, il pop, insomma, e una omnipresente, rumorosa e trasformista chitarra elettrica.

(1) A chi volesse approfondire la storia della dance elettronica e dei suoi derivati come il Trip-hop consiglio il libro di S.Reynolds, Generazione ballo/sballo, che è la mia personale bibbia sull’argomento e che uso anche in corsi in conservatorio.

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